«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Strumenti musicali popolari : u marranzanu e a brogna


Ora sì, ora no ‘ngannalarruni, sona addurmisciutizzu e l’accumpagna lu primu peri di ‘na canzunedda…

Il marranzano o scacciapensieri  è conosciuto in Italia almeno dagli inizi dell’800. E’ strumento musicale popolare suonato soprattutto in Sardegna, in Calabria e in Sicilia.
Questo strumento è fortemente radicato nella tradizione, e in particolare, per quanto riguarda la nostra isola, oltre ad essere strumento da suono è anche logo e metafora per tutto ciò che è tipicamente siciliano, nel bene e nel male.
La brogna, è una grossa conchiglia che si usava come strumento di richiamo o segnale

Nomi e usi del marranzano
In Sicilia è chiamato in più di 50 modi. Marranzanu, come si chiama comunemente da noi e in altre parti dell’isola, è il nome più diffuso e nel 1942 è stato italianizzato in marranzano. A Catania oltre che marranzanu si chiama marauni, a Messina marranzuni, a Cefalù marrucchinu, a Porto Empedocle cacamarruni, ad Agrigento malularruni, e poi ‘ngannalarruni, ‘ngannalatruni, ‘ngangalarruni, ecc. Nelle province di Palermo e Trapani comunemente prende il nome di mariolu.
Questo strumento una volta era suonato dai pastori, dai contadini, dai giovani per passatempo e poi a fatica finita, la sera, per accompagnare, magari assieme allo zufolo, canzoni d’amore, arie, stornelli.
Ma è anche opinione tra i più anziani che il suono in codice di questo strumento servisse ai ladri per comunicare a distanza tra di loro. Questa tesi è verosimilmente suffragata oltre che da tanti nomi assonanti tra loro, (malularruni, ‘ngannalarruni, ‘ngannalatruni, ’ngangalarruni, ecc.) che inequivocabilmente riportano alla voce ladro (in dialetto larruni: sinonimo di latru; la vicina contrada Passoladro nella nostra parlata locale diventa Passularruni), anche da quanto riferisce Pitrè: “E’ univoca tradizione de’ nostri vecchi, che anticamente i ladri si servissero dello scacciapensieri, secondo alcuni per eludere la vigilanza della Giustizia, della ronda…; secondo altri, per rassicurare i viandanti nelle campagne, i quali credendo quel suono un passatempo di liete brigate non avrebbero sospettato di nulla; e secondo altri ancora, e sono i più, per intendersi i ladri tra loro da punti diversi.” (Pitrè, 1883).  

Come si suona
Questo strumento appartiene alla categoria degli idiofoni in cui rientrano gli strumenti musicali, come la campana ad esempio, nei quali il corpo vibrante è lo stesso corpo dello strumento.
E’ costituito da una struttura di metallo forgiato a forma di lira, alla quale è applicata una linguetta nel mezzo, stretta e flessibile, fissata da un lato alla struttura e libera all’altra estremità. Lo strumento è tenuto dall’esecutore vicino ai denti incisivi in modo che, pizzicando col polpastrello del pollice e dell’indice l’estremità libera della linguetta, la fa vibrare. Le note vengono modulate variando la forma della cavità orale. Il suono che ne viene fuori è dolce e profondo.
Della straordinaria suggestione di questo semplice strumento musicale così ha scritto Alberto Savino, scrittore e musicista: “Questa lira miracolosa e priva di corde, è un vibratore della voce. Fa dire alla voce dell’uomo quello che la voce dell’uomo da sola non osa dire. Più che uno strumento musicale è un confessore del profondo”.
Sulla linguetta, linguedda, che è l’anima dello strumento, esiste una credenza popolare riferita da Pitrè e ripresa da Caterina Naselli: quando la linguetta è d’argento, il marranzanu é capace di esercitare un influsso magico, in quanto gli viene attribuito il potere di fare addormentare chiunque si trova ad ascoltare. Linguetta d’argento o no, il marranzano, piccolissimo strumento, quasi insignificante, rimane magico per il suo straordinario e inconfondibile suono. 

 La brogna e i suoi usi
La brogna è uno strumento a fiato quasi esclusivamente da segnale, tuttavia, qualche volta “i ragazzi se ne servono sonandola per trastullo le sere ultime di carnovale” (Mongitore, 1731). A quanto scritto dall’abate palermitano, Pitrè (1883) aggiunge che “un tempo, come oggi, a tutti era dato avviso dell’entrata del carnevale col suono di trombe, o di corni, o di conche di tritone (brogna) da giovani e da monelli”. La brogna quindi si suonava dal principio alla fine del carnevale. Comunque sia, come si vedrà qui appresso, ognuno ne faceva l’uso che ne voleva, a seconda delle circostanze.
 
La brogna corrisponde dunque al classico tritone. Si tratta di una grossa conchiglia univalva a cui, asportato l’apice, si pratica un foro al quale si adatta un bocchino di latta o di stagno: “…Massaru Turi gli aveva dato la conchiglia marina col bocchino di stagno, per avvisare i vicini che era l’ora della messa. E Mommo, dalla terrazza si divertiva a suonare, gonfiando le gote…” (Capuana, Scurpiddu,1898). Di zinco era, insolitamente, il bocchino della brogna inviata nel 1914 a Pitrè dallo studioso di tradizioni popolari di Melilli Sebastiano Crescimanno (si trova al Museo Etnografico Siciliano di Palermo, v. I Siracusani n. 54 p. 57).
In lingua la brogna prende il nome di buccina proprio perché come strumento a fiato si suona mettendo il beccuccio in bocca. Soffiandovi dentro se ne ricava un suono roco e rimbombante.  Nelle antiche milizie romane veniva usata in guerra, in particolare per svegliare i soldati; onde vi era l’ufficio proprio dei buccinatori. Gli Ebrei al suo suono convocavano il popolo ai sacrifici e alle feste.
In Sicilia i guardiani delle torri la usavano per avvisare i naviganti del pericolo di imboscate nemiche. I pastori la usavano per richiamare gli armenti. Era il suono della brogna che dava alla ciurma dei vignaioli e agli altri lavoratori della campagna il segnale di adunata dell’inizio e della cessazione della fatica e in questa fase incominciava la baldoria con suoni e canti accompagnati dallo zufolo, dal marranzano, dal tamburello ecc. A Caltagirone la brogna si usava per segnalare nel bosco il luogo di riunione per far legna. 
Sempre come richiamo, veniva usata per convocare il popolo. E’ quel che avvenne il 2 febbraio del 1865 a Palazzolo in occasione di una rivolta di sole donne contro la polisa del macino, alcune delle quali furono incarcerate alla “Vicaria di Siracusa”: “Mentre erano carcerate qui le donne, un uomo da circa ad 1 ora di notte suona per tutto il Paese una Brogna, convocò il Popolo… furon sbaragliati dai soldati” (P.G. Farina, Selva 1869)
Sempre a Palazzolo la brogna si suonava in occasione di una circostanza particolare, cioè il matrimonio tra due vedovi: “E’ uso, che quando una vedova si sposa con un nubile, e molto più con un vedovo, e soprattutto se son le terze nozze, che i vicini a cui, cominciato il gioco, si associno i lontani, martoriano per quella sera dello sponsalizio i nuovi sposi, senza punto però toccarli con un dito. Escono con una filarata di campane o con un tritone da noi detto brogna, onde dar avviso al popolo del nuovo connubio di due vecchi e muoverlo allo stesso tempo a concorrere al festino. Allora si vedono partir dalle case fanciulli, e grandi, e fortunato chi può portare seco un istrumento, una campana, una brogna, un paniero con paglia e fuoco pell’incensiero: pepe, spezi, filarate di campane. Poi con questi, ed altri istrumenti e soprattutto con voci vanno a casa dei convidati, e vedi che inferno!…” (P. G. Farina, Selva, op. cit.).

Il Corriere degli Iblei, luglio-agosto 2007 


4 commenti:

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