«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Ogni Varveri sagna

Quando chi di nostre guance amor, delizia e cura era anche medico di famiglia e altro


PALAZZOLO.  Plinio il Vecchio nel libro VII del II volume della sua Storia naturale, dopo aver fornito un lungo e strano elenco di invenzioni e di inventori ci fa conoscere tre invenzioni di carattere universale che poi sarebbero divenute patrimonio della civiltà dei popoli: l’alfabeto ionico, l’orologio (cioè la divisione del tempo in ore), l’arte del barbiere. Nella fattispecie intendiamo prendere in esame quest’ultima materia.

E’ sempre Plinio a darci notizia sull’origine siciliana dei primi barbieri che verso il 300 a. C. andarono a cercare fortuna a Roma. Fino a quell’epoca i Romani si erano lasciati crescere liberamente barba, baffi e capelli. Il primo a introdurre l’uso di radersi ogni giorno fu Scipione Emiliano, seguito dal divino Augusto. I barbieri romani, in seguito, andando bene gli affari, si costituirono in corporazione insieme con i parrucchieri.

Ad incominciare dal Basso Medioevo
      Ad incominciare dal Basso Medioevo il barbiere oltre che radere la barba e tagliare capelli, diventò anche cerusico, “colui che opera con le mani”: estirpava denti, praticava salassi, medicava ferite, ecc. Fu necessario, allora, regolamentare l’attività medica con un vera e propria scala gerarchica sanitaria.
      Al primo posto c’era il chirurgo il quale doveva aver conseguito il titolo accademico di Dottore di Arti e di Medicina; il secondo grado spettava al Dottore di Medicina e Chirurgia che diventava tale dopo aver sostenuto un esame davanti al Protomedico generale del Regno; il terzo grado spettava al “Licenziato” dal Protomedico della città (una sorta di pretore-prefetto) che esercitava la sua giurisdizione sugli esercenti le arti sanitarie; per ultimo c’erano i barbieri-cerusici sottoposti al “Licenziato”.
      Costoro, autorizzati a compiere operazioni di bassa chirurgia come il cavar mole, salassare e applicare ventose, ben presto si allargarono e si arrogarono il diritto a compiere altre operazioni come aprire fontanelle (cauterizzare), medicare ferite e piaghe, scarificare, svuotare gli ascessi, aggiustare le storte e conciare le ossa fratturate, curare ferite e malattie veneree, e anche prescrivere medicine come un vero e proprio medico.   Un tale mastro Antonio della città di Noto, ad esempio, veniva autorizzato a “vendere elettuario, triaca, diatesseron, diacalcemento, olii per dolori freddi, unguenti per la scabbia e rimedi di tigna, polveri per denti, vermi bracchieri e sparadrappos” (G. Pitre’, Medici Chirurgi, barbieri e speziali antichi un Sicilia, p.135).
      In Sicilia, comunque, era il salasso l’operazione più comune praticata dai barbieri: “ogni varveri sagna”, recitava il proverbio, per contro i più spocchiosi venivano bollati con l’epiteto di sagna-pìrita.
      A questa operazione di routine si ricorreva periodicamente, per un semplice mal di capo, per una vertigine, per una presunta irritazione, per un mal di fegato, per un mal di petto, per combattere l'ipertensione, la polmonite e altre malattie. Era indispensabile, inoltre, ad ogni avvicendamento di stagione. V’erano addirittura i giorni buoni (san Valentino, san Giovanni Battista) per il salasso e quelli cattivi (quelli influenzati dalla luna).
      Il salasso si effettuava con uno strumento che si chiamava lancetta: “Nei capitoli della Maestranza dei Barbieri di Palermo nel 1642 ve n’era uno per gli esami di abilitazione, e consisteva nello affidare al candidato le lancette spuntate per vedere in che maniera egli le sapesse aguzzare”.(G. Pitre’, Medici, chirurgi… op. cit. p.139).
      Quando il salasso con la lancetta non era possibile (ad esempio in caso di emorroidi), si utilizzavano le mignatte, sanguetti. Alcuni barbieri preferivano di primo acchito quest’ultima soluzione: le applicavano dietro gli orecchi del malato, sopra una vena, al braccio, alla gamba, secondo il caso; quando la sanguisuga aveva succhiato abbastanza, sazia e gonfia, o si staccava da sé o veniva tolta e rimessa nel recipiente che la conteneva.
      Di solito erano tenute dentro un recipiente di coccio, contenente acqua dolce, sigillato da un tappo di sughero o in un barattolo di vetro; ne era attrezzato lo stesso barbiere oppure erano vendute in farmacia o date in comodato. A tal proposito, il nostro cappuccino Padre Giacinto Farina da Palazzolo, in vena di reprimende, nella sua Selva di notizie storiche… a p. 644, annota: "Nella nostra fiumara o Anapo, vi sono moltissime Mignatte, che mentre succhiano, si scaricano del sangue per la parte opposta. Ma siccome non si comprano, perciò non si stimano. Noi le usammo con ottima riuscita."
      Le vecchie insegne dei barbieri erano costituite dalla figura di un uomo nudo con le vene maggiori degli arti aperte da cui zampillava sangue in varie direzioni (trentasette erano le vene salassabili e il barbiere-flebotomo le conosceva tutte), nonché da collane di grossi denti molari anche di cavalli o di buoi in quanto il barbiere era anche “medico” degli animali.    
      L’applicazione delle ventose o bicchieri o cuppetti, nei casi di catarro, bronchiti e altro, consisteva nell’applicare sulle spalle del paziente un bicchiere capovolto con una candela accesa dentro: appena la candela, per mancanza di ossigeno, si spegneva, il bordo del bicchiere aderiva istantaneamente alla pelle e la risucchiava, seccando (si sperava) il catarro o il sangue pletorico, a seconda della patologia.  
      Per l’estrazione dei molari era la stessa bottega del barbiere a fungere da "studio dentistico"; in alcuni casi il barbiere-dentista pregava il cliente in attesa di essere sbarbato di dargli una mano e anche due, per portare a termine l’estrazione del molare ostinatamente radicato; il paziente, disposto a qualsiasi atto eroico, rimaneva stoicamente seduto sulla poltrona e, senza anestetico di sorta, vedeva le stelle di giorno.

Anni ’40, ’50, gli ultimi barbieri-flebotomi
         Con il progredire della medicina e della società, il campo d’azione del  barbiere medico di “casa” incominciò a restringersi. Alcuni barbieri, per arrotondare i magri guadagni diventarono anche barbieri-ciabattini, altri anche barbieri-sarti e altro. In ogni caso fino agli anni ’50  gli ultimi vecchi barbieri, continuarono in certo qual modo ad essere i factotum della collettività, specialmente nell’area dei ceti popolari. Seguitarono a praticare salassi, a estrarre denti e molari, a fare iniezioni anche a domicilio, a concludere affari (specie di domenica), a combinare matrimoni (tira cutri è pure chiamato il barbiere).
         I barbieri “letterati” per di più si incaricavano di sbrigare pratiche d’ufficio. Erano i contadini che, o perché stavano in campagna o per scarsa dimestichezza con il leggere e lo scrivere, si affidavano al barbiere per farsi “uscire” certificati personali o per il bestiame (c'era l'anagrafe bestiame), si facevano scrivere domande, scrivere e leggere lettere, ecc. Da una domenica all'altra, il barbiere faceva trovare pronti i certificati e quant'altro richiesto dal committente. Questi servizi extra, venivano "regolati" con fiscelle di ricotta, favaiane, panieri di uova, di pere, di fichi, a seconda della stagione.
         Negli anni ‘50 ancora continuava a circolare poco denaro e il boom economico era semplicemente un'utopia. Erano pochi i clienti che pagavano il barbiere in contanti; la maggior parte, soprattutto artigiani e contadini compensavano con uno scambio di prestazioni (i primi) e con il frumento (i secondi). Un baratto bello e buono.

         A Palazzolo, ad esempio, il contadino a chiusura della stagione agricola (fine agosto) saldava le competenze del barbiere secondo la tariffa pattuita: da 4 a 6 mondelli di frumento, per 12 tagli di capelli e 54 rasature in un anno. Era questa la formula più in uso che però poteva subire delle variazioni a seconda dello status del contadino-cliente: una "barba" mensile e un taglio di capelli trimestrale, oppure due "barbe" la settimana e un taglio di capelli una volta al mese, altro. Ovviamente la quantità di frumento da pagare variava a seconda della formula prescelta.
         A fine anno, i clienti ricevevano immancabilmente in omaggio un piccolo calendario profumato, con immagini di ragazze svestite tipo “Calendario Pirelli” (più castigate però). I fogli di questo tascabile, erano trattenuti da un esile cordoncino che terminava in un ciuffetto, destinato ad uscire dalle pieghe del portafogli o dal taschino esterno della giacca. Sugli specchi, intanto, che non si capisce per quale arcano ti deformavano sempre il viso, per tutto l’anno ti facevano occhiolino le foto delle attrici seminude.
          Al sabato, il salone era affollato da operai e artigiani, la domenica era la volta dei contadini. Davanti all’entrata delle botteghe che avevano soprattutto questa tipologia di clientela, erano infisse delle boccole in ferro o in pietra, stacci: servivano per legarvi a cuddana degli animali da soma i quali aspettavano pazientemente fuori, in attesa che il loro padrone venisse tosato e sbarbato a dovere. Per il resto della settimana c’era fudda e malavinnita.
         Oltre che per la barba o per i capelli, dal barbiere difatti vi arrivavano un po’ tutti, anche senza un preciso motivo. La sala da barba, infatti era ritrovo e salotto per tanta gente che vi andava anche solo per "ammazzare" il tempo, per chiacchierare, per leggere la Domenica del Corriere. Era crocevia di notizie e di pettegolezzi sulle ultime fuiutine, su presunte tresche, sulle disgrazie altrui; tra una mandolinata e l'altra (già pressi i Romani le botteghe dei barbieri erano attrezzate di strumenti musicali), le notizie venivano mistificate, ingigantite a dismisura. Un semplice sospetto diventava immancabilmente un fatto accaduto, sul quale si era disposti anche a giurare: “Si voi sparrari, fatti varveri” recita ancora un altro vecchio proverbio.
         Si usava il rasoio a mano libera (sostituito poi dal rasoio di sicurezza) il cui filo, come un cavaliere medioevale che prepara il brando al cimento, il barbiere, una volta da un lato e una volta dall’altro, addolciva sulla strappa, una lunga striscia di cuoio appesa ad un gancio; le schedine del Totocalcio servivano soprattutto ad accogliere la rasatura e la saponata.
         Non mancava la sputacchiera, piena di segatura o di calce, piazzata agli angoli o nei punti strategici. Come non mancava, soprattutto per quei barbieri che avevano una clientela sovrabbondante di vecchietti, una pallina di gomma poco più piccola di un uovo. Il barbiere la metteva in bocca ai clienti più emaciati, prima da un lato e poi d’un altro, per spianare la pelle delle guance troppo infossate. Finita l’operazione, la lavava e la metteva in acqua con lisoformio. Quando era la volta di un altro cliente, il barbiere la sciacquava, gliela infilava in bocca e iniziava a sbarbarlo.   

I SIRACUSANI, bimestrale di storia arte e tradizioni, novembre - dicembre 2005 n. 57

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