«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: Pippinu l’Uoruvu (Giuseppe Pappalardo)


Aveva il viso cereo e tondo come quello di un Gesù bambino, ma l'offesa più grave che gli si potesse fare era quella di apostrofarlo col nomignolo di Bamminu! Nel sentirsi chiamare così usciva fuori da gangheri e incominciava a sfagliare come un mulo.

Cieco dalla nascita, Pippinu, classe 1927, sin da piccolo si sforzò di vivere una vita regolare, a dispetto della sua gravissima menomazione. Ancora c’è qualcuno che se lo ricorda, ragazzino, fare i giri sul monopattino per le strade del suo quartiere, ancora non intasate dalle auto.
Alto, ben piantato, con una fronte larga e la faccia pallida e punteggiata da lentiggini rossicce come il colore dei pochi capelli tenuti nascosti da una scuzzittula blu. Gli occhi cerulei, senza sguardo, spenti dentro le palpebre semichiuse e un sorriso dolente sulle labbra. Era un timido dal carattere forte, spigoloso, a volte diffidente e fieramente aggressivo.
La chitarra gli fu amica fedele, inseparabile; gli fece assaporare, insieme agli amici, momenti di gioia e di relax, ma gli fu anche di grande aiuto nel fargli superare il fanciullesco disarmo che portava nel cuore e i tanti momenti critici della sua tribolata esistenza.
Fu il cappuccino padre Ruggero a dargli la prime lezioni, poi imparò meglio sotto la paziente guida di don Paolino Moscuzza, falegname, musicante e costruttore di violini. La bottega di questo artigiano fu una delle "basi" (così le chiamava Pippinu) in cui trascorreva i tanti spezzoni della sua lunghissima giornata. Le altre basi dislocate per ovvi motivi in posti vicini alla sua casa di via Garibaldi, erano il salone di via Carceri, l'officina del biciclettaio don Pippinu, il negozio autoricambi di Bordieri, la falegnameria di don Pippinu Amenta. Il "quartiere generale", per tacito assenso, era fissato presso il salone dell'amico e compare di cresima Mariuzzu al n. 26 di via Roma contiguo alla abitazione di Pippinu sita al n. 22 della stessa via.
Dentro, in casa, stava incollato alla radio, morbosamente, per ore. Questo mezzo era una finestra aperta che, in modo puntuale, lo teneva informato sui fatti e gli eventi che accadevano in Italia e nel mondo e lui, mangiapreti e comunista convinto e accanito com'era (la bandiera rossa fu il grande amore della sua vita: “Vento, vento, portami a sinistra” era solito dire nei suoi frequenti e sofferti momenti di riflessione politica ed esistenziale) prediligeva soprattutto i fatti politici, dai quali poi traeva spunto per alimentare i suoi pensieri e trarre le sue conclusioni. 
L'altra finestra, un finestrone spalancato, era il “quartiere generale”. Era lì che trascorreva la maggior parte del suo tempo. La bottega del barbiere, tra una rasatura e una sforbiciata, era (e ancora oggi è) il canale mass mediatico  privilegiato per la diffusione e la conoscenza, in anteprima, di notizie, curiosità e pettegolezzi: una specie di cassa di risonanza di tutto quello che accade in paese e anche fuori. Qui Pippinu, tenendo la bocca aperta per meglio concentrarsi, meditava, si ispirava e creava muttetti e sturnelli. Seduto in un angolo, con la chitarra sulle gambe e il mento sul petto, stava ad ascoltare le notizie di prima mano più scottanti ed intriganti che venivano propalate a getto continuo dagli avventori sotto il rasoio o in attesa o bivaccanti. Poi, prima iniziava a labbreggiare, a biascicare, quindi prendeva la chitarra e abbozzava delle strofe in chiave satirica sulla parodia di motivi di successo e poi, a richiesta, continuava con un corposo pot-pourri del suo vastissimo repertorio d’annata.
Prima di esibirsi, però, con fare guardingo e ammiccante, chiedeva agli amici: "Cu c'è? cu c'è?". Avuta assicurazione - a volte deliberatamente mendace: “maria maria maria, maria…” diceva tra sé e sé, a mezza voce, tra lo spaventato e il pentito se subdorava  presenze aliene -  che tra i presenti non c'erano i bersagli delle sue pungenti frecciate incominciava a pizzicare la chitarra e a canticchiare con la sua voce un po’ stentorea,  miagolante, di consunto 78 giri:

"E a Palazzuolu c’è lu nuovu duci
ca vo’ continuari la dittatura
e guai a ccu nun mmota ppi la cruci
li fa pigghiari a tutti ri paura…
Nesci u rospu ogni cinc'anni
e sbara a ucca ranni ranni
e lu populu picuruni
vota sempri ppi Scagghiuni”.

***
“...Tutta a gghienti ni parra a tuoccu.
e chista è la storia di patri Zoccu
E si purtau i soddi ra festa. 
Fussi cosa i scippàrici a testa...”   

***
“…Cu canusci a Turuzzu Lamparina,
 ca fa allustru sira e matina.
E nta la testa è senza capiddi
Si ppassa ri notti, pari ca cci su’ i stiddi…”.

***

“…U massaru Turi Zuonica dutturi ‘n ciarmaria
 unni viri culuorivi ci manna u fuogghiu i via.
 S’a mmisu ‘n currispunnenza cco ciaraulu i Buccheri,
ca chiddu è cciù sapienti ri stu gran mistieri…
Nun mmoli ca ‘nto curtigghiu ci vanu li iaddini,
masinnò cu lu prullazzu c’infettunu i miricini.
Sapiti unni si cucca? Supra ‘n saccu ri pagghia.
la visazza ro frummeri la usa ppi tuvagghia…”.

***

“…Cci nne ca c’anu i gghiucchi pi’n siri canusciuti
ccussì poi nun si sapi cu su’ tutti i curnuti…
C’è cu ci teni a cannila, c’è cu ci teni a lanterna,
sti cosi sunu ammessi all’epuca muderna…
Cu abballa ‘nta li sali, cu abballa a lu Cumuni
Cu l’aria ca puzza ri tuttu lu biccumi...”.

***

“…Siccau, siccau, siccau la pampinedda…
e fici a fiura ri pulicinedda…”.


***

“Don Pippinu… travagghia ‘nfretta, ‘nfretta
ma mmentri so’ viriti è sempri ‘n bulletta.
E’ veru ca a matina si susi e siei e menza
ma poi pi fari a spisa accatta tuttu a crirenza.
Iddu fa puorti e muarri
 
E così di questo passo, per ore, per mezze giornate. La sera, quando si smetteva di lavorare presto, la barbieria diventava anche ritrovo per gli amici e “scuola di ballo” per i più giovani. Fatto spazio al centro della stanza, si dava corda alla "macchinetta parlante" e si ballava, tra maschi. Se per caso era già rincasato e qualcuno lo chiamava con le nocche  sulla porta: “Toc, toc!”, Pippinu  entrava subito in agitazione ed in preda ad un incipiente furore rispondeva: “Nun mi fanu sciri… nun mi fanu sciri…” (la sorella, una volta rincasato non voleva che uscisse). Al secondo o al terzo tentativo l’amico gli lanciava la parola d’ordine: “Asse asse!”, (in riferimento all'intesa Roma-Berlino). Al sentire queste parole, Pippinu rispondeva pronto e veloce: “Resistenza… resistenza… resistenza!” e schizzava subito fuori, dopo essersi ferocemente scontrato con la sorella, risoluto a cantare, a suonare e a divertirsi assieme agli amici. Suonava pure il banjo e l'armonica a bocca che teneva gelosamente custoditi dentro una cascittina di compensato nascosta sotto il letto.
ma  mai ‘na vota si viri o bar…”.


Poi rivolto al compare Mario: “ Cumpari macari pi bbui cci nn’è”:
“Mariuzzu s’ha fattu a cascittina nova
ca pari c’a gghiri a ccattari ova…”.

Pippinu esigeva di essere trattato come gli altri, rispettato e compreso, senza pietismi e senza infingimenti. E tale lo trattavano gli amici anche quando, col sangue che gli frizzava per le vene, mostrava il desiderio ardente di fare una passeggiatina distensiva e terapeutica dalle parti di Villarosa e dintorni. Gli amici lo accompagnavano ben volentieri, altrimenti, e a buon diritto, il poveretto si spazientiva e smaniava incominciando a rugliare e a muoversi come una mosca senza testa.  
Partito in Venezuela Mariuzzu, il compare barbiere, Pippinu si aggregò ad un compagnia di giovani, fatta tutta di sciuscialuori (o vardioli che dir si voglia, i residenti cioè del quartiere Guardia) come lui, che incominciarono a scarrozzarlo a destra e a manca facendogli rivivere una seconda giovinezza. Si andava a mangiare nei locali, nelle taverne grasse dove veniva magnificata la carne, succulenta di intingoli e di salse piccanti. E lui, pur sconoscendo la pasta, a tavola si difendeva ottimamente con tutto il resto.
Diventò perfino appassionato di calcio e tifoso del Palazzolo, andando dietro agli amici della nuova comitiva: Cesare, Faccibedda, Pilurussu, Masciddazza, u Tauru ra Furbedda, Manulurdi, Para para, Zampa, ecc,. Seguiva l’andamento della partita eccitandosi all’eccitazione dei tifosi e facendo puntualmente il controcanto a tutte le male parole contro l’arbitro.
Anche al cinema se lo portavano i giovani amici, e lui tutto assorto, col mento appoggiato al bastone, attraverso il sonoro riusciva a seguire il film sino in fondo. Quando in alcune scene d’amore si raggiungeva l’acme e al parlato si inframmezzavano eloquenti silenzi, sull’istante Pippinu chiedeva ansiosamente: “Chi stanu faciennu?… chi stanu faciennu?…”. “Si stanu vasannu!” rispondeva l’interlocutore preso anche lui, e Pippinu sempre più eccitato e incalzante: “E comu si stanu vasannu?…comu si stanu vasannu?…Comu? Comu?”. 
Ma, l'acqua era l'elemento che lo faceva effettivamente sentire uguale agli altri. Quando i quattru cagnulazzi ra Vardia  se lo portavano a Fontane Bianche, in acqua Pippinu si sentiva libero, leggero, sicuro finalmente. Ogni volta prima di mettersi ammollo, però chiedeva all’amico che gli stava accanto: “Com’è u mari?… com’è u mari?”. “Raaanni… raaanni…” gli rispondeva l’altro. “Ri sti cosi mi scantu…ri sti cosi mi scantu…” replicava Pippinu, piagnucoloso, con la esse strisciante, a mezza lingua. Poi una volta in acqua, bello atticciato, con la pelle eburnea costellata da una miriade di lentiggini, superata la prima fase di irresolutezza che gli imponeva la sua condizione di cieco, iniziava a muoversi senza impaccio e senza paura, si esaltava anzi; l’acqua gli dava un senso di felicità, lo rigenerava, gli procurava una contentezza tutta fanciullesca.
Poi il poveretto fu colpito da paralisi e non poté più suonare la chitarra, né muoversi come prima: entrò in grave depressione. Nei primi anni ‘80, fu ricoverato presso la “Casa del cieco” di Civate, sul lago di Como, ma non si riprese più né dall’emiplegia né dalla depressione, anzi invecchiò di colpo, tormentato anche da uno struggimento indicibile per non potere tornare al suo paese, a Palazzolo, con i vecchi compagni: “A Palazzuolu, a Palazzuolu!” ripeteva a quegli amici palazzolesi che ebbero l’occasione di andarlo a trovare presso la “Casa”, e li braccava con tutta la forza che gli era rimasta, non li mollava, si avvinghiava disperatamente singhiozzando. Si spense in una fredda giornata di dicembre di una decina di anni fa con questo cocente desiderio che gli moriva sulle labbra: “A Palazzuolu… a Palazzuolu…”.

Al suo amico Cesare, Pippinu, prima di partire per Civate, regalò la chitarra, il suo bene più prezioso; nel frattempo era riuscito ad insegnargliela come l'avevano insegnata a lui, da non vedente.

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