«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Santa Lucia di Mendola tra Palazzolo e Noto


Nel numero 18, anno IX, di Cammino, il prof. Aliotta confuta quella tesi, la quale sostiene che "la Santa Lucia" venerata a Mende (o Mendola) è una vedova e martire romana, perseguitata dall'imperatore Diocleziano perché diventata cristiana. Egli asserisce invece, confortato da ricerche e studi (secondo Lui) più probanti, che Santa Lucia di Mendola è la stessa Santa Lucia vergine e martire di Siracusa.

In questa sede non si vuole entrare nel merito della diatriba; se ne è accennato perché la dissertazione del prof. Aliotta mi ha suggerito improvvisamente un'idea: andare a perlustrare di nuovo, dopo tantissimi anni dalla prima volta, il "pozzo" di Santa Lucia (si tratta di una cripta).
Il sito si trova a 4 km da Palazzolo. Sulla strada provinciale Palazzolo -Testa dell'Acqua - Noto, si imbocca a sinistra una strada interpoderale asfaltata. Si arriva subito davanti alla chiesa di Santa Lucia. Il 23 u.s. ho deciso di realizzare il progetto.
Arrivato sul posto, ho superato un muro sbrecciato e costeggiando la chiesetta sul lato sinistro, attraverso uno strettissimo sentiero naturale, sono arrivato davanti all'imboccatura est del "pozzo"(a destra, attraverso una apertura rettangolare, si accede alla chiesetta rupestre).
Avevo già incominciato a inoltrarmi per la stretta fenditura, e già pensavo alle sensazioni che avrei nuovamente provato dopo tantissimi anni dalla prima esplorazione. Scesi i primi scalini, ancora all'aperto, sono subito ritornato sui miei passi: l'apertura era troppo angusta e ingombra di erbacce. Meglio entrare dall'altra imboccatura.

Dopo aver cercato un po' (ma forse stavo "cercando" di non entrare nel "pozzo") ho trovato l'imbocco ad ovest, che è seminascosto da una specie di roccaforte di pietre a secco, sistemate in maniera rudimentale. Bruciata la prima alternativa, questa volta, ormai, non avevo altra scelta. Anche questo accesso per la verità era "angusto e ingombro di erbacce". All'interno, l'entrata del "pozzo" è protetta da una serie di tre archi di buona fattura, costruiti con conci in pietra calcarea disposti uno dopo l'altro: servono a trattenere la cupola di pietre a secco che si nota dall'esterno.
All'inizio la scala è molto stretta e la difficoltà o almeno il disagio per entrare sussiste veramente.
La luce è sufficiente, a destra e a sinistra nelle pareti sono scavati dei loculi; a destra poi c'è un cubicolo, con loculi nelle pareti e tombe terragne. Ora la luce naturale non basta più, procedo lentamente alla luce della torcia elettrica, mi giro dietro e vedo ancora un barlume di luce che filtra dall'imbocco; guardo avanti: buio pesto. Sono ancora in tempo per tornare indietro. La scala è umida e ingombra di pietre, i passi fanno un po' eco, mi sento come se avessi sopra una montagna di ovatta. Vado avanti. A questo punto c'è buio davanti e buio dietro. Cerco di schiarirmi la voce, procedo lentamente. Le pareti sono tutte scavate, abbondano di nicchie e loculi. Si sente un odore indefinito, impalpabile. Nessun segno di vita, anzi il contrario.
La scala ora incomincia ad allargarsi e diventa sdrucciolevole, il soffitto è più basso. Sulla destra un imponente slargo che si sviluppa in altezza, con le pareti smerlettate di anfratti. Scendo con molta precauzione (nella testa intanto si arrovellano infiniti pensieri che si aggrovigliano sempre più). A questo punto ricordo a me stesso che è la seconda volta che scendo nel "pozzo", rinfrancato, vado avanti.
Gli scalini sono sempre viscidi e insidiosi, ci sono molte pietre disseminate in diversi punti. Si sente come un odore di acqua. Il soffitto è molto basso. In fondo a sinistra si percepisce un tenue chiarore, si tratta di una luce molto fioca.
È l'unica novità che si aggiunge alla situazione del momento.
La scala è diventata molto larga e gli scalini sono diventati abbastanza regolari; a destra e a sinistra anfratti e teorie di ricami dai disegni e dai colori indefinibili.
Lontano a sinistra, la luce diventa sempre più percettibile: sembra di colore azzurro, Il fondo della scala è sempre una buia voragine. Gli scalini sono diventati sdrucciolevoli, a volte sono costretto a fare luce su dove metto i piedi.
Ora la scala è bagnata; la luce a sinistra, ancora più intensa, proviene dal soffitto.
Continuo a scendere, quella luce mi dà una boccata di ossigeno. Mi lascio alle spalle lo squarcio di luce e vado avanti. Gli scalini sono irregolari e incompleti, bagnati, ingombri di pietre; procedo con molta prudenza, il respiro mi fa eco dentro la testa; ancora qualche scalino, intuisco che sono arrivato nel fondo del "pozzo".
Alzo un po' la torcia e mi trovo proprio davanti la cripta.
Si tratta di una cripta a circa 15-20 m. di profondità, dove la leggenda vuole siano stati sepolti Lucia e Geminiano. Il sepolcro è arricchito da tre archi scavati nella roccia e poggianti su solidi pilastri. Il soffitto è molto basso. Passo attraverso uno di  questi archi: sulla destra si vede un grande vano dal quale non si possono definire i confini.
Sempre sulla destra, prima della cripta, sullo stesso piano del calpestio, c'è la sorgente sacra a Santa Lucia. Scatto qualche fotografia. È questo il momento in cui mi rendo conto che valeva la pena fare tutto quello che stavo facendo. Delicatamente adornata da ciuffi di capelvenere, quest'acqua "miracolosa" continua a sgorgare e a scorrere sempre nello stesso punto, da millenni. Con una lieve smorfia sul viso penso a qualche minuto fa, quando per non scendere nel "pozzo", cercavo insignificanti pretesti. Ora sono sicuro di non avere fretta.
Con l'aiuto della torcia osservo attentamente l'ambiente buio e anfrattuoso. Ritorno a guardare la sorgente, sento il "silenzio" dell'acqua, l'impercettibilità del suo movimento. Il tempo si è fermato.
Si incomincia la risalita, si cammina quasi in mezzo al fango. Risaliti i primi dieci gradini, mi ritrovo nuovamente vicino alla luce che filtra insistentemente dal soffitto; mi metto sotto a guardare: si tratta di un altissimo lucernario che in superficie ha un'apertura perfettamente circolare.
A destra c'è l'altra scala che porta verso l'altra uscita; decido di uscire per mezzo di quest'altra scala. È molto più ripida della prima e più angusta. Continuo lentamente a risalire, gli scalini sono umidi, si scivola; le pareti irregolari, sono costellate di nicchie.
Ad un certo punto si presenta una strozzatura, costituita da due cumuli di pietre, con uno stretto passaggio al centro. Sono un po' ansimante, supero la strettoia; a destra c'è un vano molto ampio ingombro di terra e pietre. Il soffitto sopra la scala è assai basso, si incomincia a intravedere la luce dall'esterno, il respiro diventa sempre più affannoso; il soffitto si abbassa e bisogna chinarsi per potere passare; la luce continua a diventare sempre più intensa, spengo la torcia, si sente il trillo degli uccelli; facendomi largo tra l'edera avviluppata nella roccia e tra le macchie di parietaria, guadagno l'uscita e mi lascio alle spalle la lunga voragine buia.
L'operazione di discesa e di risalita è durata complessivamente 20 minuti.
Mio figlio Alessio (7 anni), seduto su una pietra antistante il "pozzo", dopo la grande fatica, può finalmente addentare un "robusto" panino.
Nel "pozzo" siamo scesi assieme.
Cammino, 2 giugno 1991

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