«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: U Prufissuri Sisinu (Carmelo Sisino)

Chi fu testimone difficilmente potrà dimenticare quella scena esilarante avvenuta al Corso in un lontano Carnevale degli anni ’50.
Il palco, allestito sul marciapiede all’altezza della seconda arcata dei portici, pullulava di giurati. Nel bel mezzo della sfilata, improvvisamente, l’effimera struttura (mai il termine effimero fu così azzeccato come in questo caso!) crollò e inghiottì tutti quelli che l’affollavano, tra cui anche il professore Sisino. Questi, con una fulminante prontezza di spirito, inscenò lì per lì un affondamento in alto mare, e si mise ad agitare le braccia come un naufrago. Era uno spasso vederlo annaspare e nuotare da attore consumato in quel parapiglia di uomini e di tavole. Quella fu, senza dubbio, la rappresentazione più riuscita e divertente di quel Carnevale. 
Una peculiarità del prof. Sisino era quella di sapersi facilmente adattare a qualsiasi nuova e imprevista circostanza. E diverse volte nella sua vita fu costretto a ricominciare daccapo, come l’ultima volta, ad esempio, quando, rimasto solo a Palazzolo, a 76 anni si  trasferì a Trieste presso il figlio Giovanni. Pur se lo struggimento per la sua Palazzolo e per i suoi vecchi amici glielo si leggeva negli occhi, tuttavia, anche lì, lontano mille miglia dalla sua terra, era riuscito ad adattarsi alla nuova situazione (e persino alla bora) e a riprendere le vecchie abitudini. Il suo nuovo quartiere generale l’aveva stabilito in un bar di via XX settembre. Lì, “Da Franco”, stava a conversare e a discutere per l’intera giornata con il cugino Arturo Rizzarelli, con l’altro compaesano Aurelio Buccheri, con i nuovi amici triestini, con i giovani;  lì stava a consumare le sue Alfa e i suoi caffè, accompagnati dall’immancabile bicchiere d’acqua; lì stava a contemplare, a meditare, ad osservare.
Ebbe anche il tempo di dedicarsi alla pittura che ai Sisino era congeniale (il fratello Giorgio ma soprattutto il padre Bartolo  hanno dipinto, fra l’altro, quadri e affreschi in alcune case patrizie di Palazzolo). A 80 anni suonati quindi, riprese a dipingere: figure antropomorfe e paesaggi. Si recava nei posti più suggestivi di Trieste, si riempiva gli occhi e il cuore di tutte le bellezze che gli si presentavano e poi a casa su pezzi di compensato riproduceva in modo creativo gli incanti che aveva osservato e fotografato mentalmente. 
In dieci anni di permanenza a Trieste, dal 1970 sino alla fine, era riuscito non solo a crearsi ex novo una nutrita cerchia di amicizie, ma aveva incrementato pure, e di molto, il suo già notevole patrimonio di utensili, attrezzi e cacciaviti vari (aveva una vera passione maniacale) avendo scovato, sempre lì, il “Licitra” della situazione.
Era un uomo vigoroso, massiccio, fatto senza risparmio, dominava tutti con la sua persona. Aveva dei lineamenti decisi, una fronte ampia, spaziosa, due pesche mature sotto gli occhi, un pronunciatissimo solco al labbro superiore, una bella pappagorgia cardinalizia e a seguire una consolidata pancetta; un naso con un sentore di aquilino e il carattere tutto dell’aquila: forte, fiero, risoluto. La bianca chioma, ondulata e fluente, che gli arrivava sin oltre alla nuca gli conferiva un’aria ieratica, sembrava un Mosè.
Era stato ufficiale di cavalleria, con i dragoni, e qualcosa  gli era rimasto di quella ferrea disciplina militare: la perentorietà nel parlare, l’icasticità del gesto, la voce; quella voce cavernosa, vibrante, solenne, che intronava e metteva soggezione, specialmente ai giovani discepoli e agli interlocutori che non lo conoscevano intimamente; una voce che solo a sentirla da lontano faceva aggricciare le carni. In fondo, però, era, quel che si dice, un burbero benefico e godeva di grande carisma tra tutti quelli che lo conoscevano.
E a Palazzolo lo conoscevano tutti ed era amico di tutti. In paese fu tra i primi a fare il fotografo e nel suo campo era un vero artista, emulato poi da Ettore il maggiore dei figli. Prezioso il suo archivio (andato disperso) con reportage fotografici e filmine relativi all’ultima guerra. Poi ebbe l’incarico di segretario al Liceo-Ginnasio, ma continuò a fare il fotografo ancora per un certo tempo, ma soprattutto, seguitò, fino a quando ebbe le forze, a tenere lezioni private di matematica -“La matematica è un ricamo” soleva dire ai ragazzi - e di francese (“Vi interessa una buona preparazione di matematica? Volete conoscere seriamente la lingua Francese? Affidatevi al prof. Sisino”, così recitava la pubblicità sul giornale locale il “Semaforo”).  Nell’udire quella sua voce solenne, declamatoria, dalla pronuncia irreprensibile, sembrava di avere a che fare il presidente della repubblica francese in persona.
E in Francia c’andava spesso, a Parigi, dove era di casa al Lido e al Moulin Rouge. Al ritorno, da Siracusa prendeva il trenino e scendeva alla stazione di Buscemi-Palazzolo, e qui si riservava una Mylord tutta per lui. Con un elegantissimo lino bianco e un bianchissimo panama sulle ventitré, con le gambe accavallate, le scarpe bianche e l’Alfa stretta sulle punte delle dita, rientrava a Palazzolo con l’aria di un padre priore satollo. Al bar avrebbe avuto di che parlare: donne, avventure, musei, castelli, mirabilie.
Nei momenti di pausa delle lezioni private si divertiva a raccontare ai ragazzi fatti personali, la sua vita, le avventure, i dragoni, le manie dei figli: “Oggi mio figlio Giovanni, prima di uscire, ha dato 73 colpi di pettine al suo ciuffo biondo”, dichiarava con enfasi quando era in vena di prenderli in giro. Proverbiale la sua “ganascia”: “Con questa ‘ganascia’ ti scaravento a terra” soleva dire ai suoi allievi tra il serio e il faceto e intanto mostrava in tutta la sua estensione il palmo della mano destra.
Rocambolesca la storia del suo secondo matrimonio. Dopo aver fatto strage di cuori a destra e a manca, si fidanzò con una cugina americana, affermata cantante lirica. All’improvviso però la piantò in asso perché si era innamorato perdutamente della donna che subito dopo diventò sua moglie. Purtroppo, dopo avergli dato tre figli, di cui il più grande aveva appena otto anni, la signora scomparve prematuramente. Il suo dolore fu immenso, si disperò, incominciò a sfasciare mobili e suppellettili. Dopo alcuni anni di vedovanza, inaspettatamente si fece viva dagli Stati Uniti la cugina cantante: si rifidanzarono e si sposarono. Sennonché, questa volta, dopo pochi mesi di matrimonio, fu lei a piantarlo e a ritornare in America. Evidentemente la moglie-cugina-soprano aveva covato vendetta per l’antico sgarbo e finalmente aveva trovato l’occasione propizia per vendicarsi.
Il professore, allora, si rimboccò le maniche e fu costretto a fare da padre e da madre ai suoi figli, tutti e tre maschi. Era lui a cucinare, a lavare, a stirare e di questo non se ne doleva. La casa era sempre piena di roba da mangiare, il ben di Dio. Gli piaceva la buona cucina e il buon bere durante il pasto che accompagnava sempre con un litrotto di rosso. In questa fase della sua vita è da ricordare l’episodio delle due “ragazze” attempate che con il binocolo puntato su piazza Umberto (abitava lì a quei tempi), dal belvedere del Bando curiosavano, sperando di assistere, senza essere viste, a qualche scena interessante. Il professore, ancora giovane e aitante, era appena uscito dalla vasca da bagno e con l’accappatoio addosso si era portato al balcone a crogiolarsi, quando d’un tratto si accorse di essere osservato con estremo interesse dalle due bramose signorine. Allora, in un lampo aprì l’accappatoio sul davanti, e si mostrò, zoomato, in tutto il suo splendore. Le signorine apparentemente diedero l’impressione di rimanere schifate ma il loro turbamento lasciò intravedere ben altre sensazioni.
Era un uomo a cui piaceva stare a contatto con la gente e con i giovani. Aveva eletto come seconde case il bar del Bbossu (caffè “Italia”) e  l’”Anapo”. Nel tempo libero, seduto al tavolo, stava a conversare con il crocchio dei suoi amici e a godersi i tre o quattro caffè accompagnati dal solito bicchiere d’acqua (a volte preceduti da uno schizzo di acqua di seltz e mezzo cucchiaino di bicarbonato per tenere buona l’acidità che se lo mangiava) e seguiti dal solito inesauribile numero di Alfa dure. Tenendo serrata la sigaretta nell’inforcatura tra l’indice e il medio gialli di nicotina, la portava alla bocca con la palma aperta aspirando e assaporando con intensa voluttà l’aroma catramato e seguendo con lo sguardo assorto le azzurrine spirali di fumo. Nei suoi polmoni, sani fino all’ultimo, ogni giorno passava tutto il veleno di ben sette pacchetti di sigarette da 10. La sera fino a notte tarda teneva banco con i giovani, affascinati e appagati di sentirlo conversare e disquisire su qualsiasi tematica.
Era assai distratto e su questo suo punto debole esiste una vasta aneddotica. Una volta, ad esempio, uscendo di casa di sera per recarsi al solito bar, passò prima dal tabaccaio di piazza San Michele per fare scorta di sigarette. Il buon don Vincenzino, appena lo vide entrare, stralunò e si mise a guardarlo a bocca aperta. Il professore impermalito lo apostrofò: “Vicinzinu cosa guardi così rimminchionito?!”.  “Le sue mutande professore!” rispose il signor Marietta di rimando con la mano davanti la bocca e trattenendosi dal ridere. “E’ vero, hai ragione perdìo, ho dimenticato di mettermi i pantaloni. Ritorno a casa e me li infilo ”, aggiunse il professore senza scomporsi più di tanto e giù una sonora risata seguita da quella dello già scompisciato don Vincenzino.


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