«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: Etturi u Sardignolu (Ottorino Steri)


Venutagli meno la madre a 7 anni, Ettore fu mandato a pascolare le pecore. Ma per poco. Alla prima occasione piantò tutto e andò a Cagliari a trovare uno zio maresciallo della benemerita. Stette con lui fino all’età di 19 anni, quando ottenne la qualifica di cuoco.
Ma proprio questo fu il mestiere che esercitò meno. Non potendo fare il carabiniere, per via della statura, fu arruolato nell’esercito dove stette in ferma per ben dieci anni.
Era alto quanto un asinello sardignolu, magro, rinsecchito, asciutto; il viso lungo, ossuto, scuro, con una fronte stretta solcata da mille rughe; il petto aguzzo come quello di un piccione, le gambe un po’ ercoline, la camminata ciondolante, sbilenca. Aveva i capelli lisci, castani, e tali cercò di mantenerli sperando di azzeccare volta per volta la tintura giusta, ma fu sfortunato: i capelli una volta venivano color nero inchiostro, un’altra volta esibivano aloni di rosso bruciato, un’altra ancora erano testa di moro o color carruba secca. Nella mano destra sfoggiava un grosso anello al dito e un grosso braccialetto d’oro; d’oro anche le due capsule ai molari. Aveva un timbro di voce roca per le tante sigarette che fumava e un marcato accento sardo; la sua ibrida loquela la infarciva oltre che di termini originari della sua terra, anche di espressioni napoletane e siciliane, tutti assieme. Un vero guazzabuglio.
Era amico di tutti, sovente le sparava o le faceva grosse, ma stava allo scherzo da buon istrione. C’è ancora qualcuno che si ricorda il giro al Corso in pieno inverno nella macchina scappottata, con il genero fresco di sposalizio alla guida, ed Ettore dietro, con le gambe accavallate, spaparanzato,  a soffiarsi con un ventaglio!
Di mestieri fece tutti quelli che poté: banconista, cameriere, gelataio ambulante, venditore di scampoli, di scarpe e vestiti di seconda mano, attacchino, banditore di carne di basso macello, interprete in Albania, maschera del cinema, supporter politico, sbriga faccende, assistente viario di picchetto davanti alle scuole. Tra tutte queste attività prediligeva, comunque, il gioco delle carte. A suo dire non volle mai accettare un posto fisso per una esigenza di libertà, e tale ostinazione, sempre a suo dire, fece sì che iniziasse a lavorare senza mezzi e chiudesse la sua carriera lavorativa quasi povero in canna come aveva iniziato. Nel leggere e nello scrivere la cosa che gli riusciva meglio era la sua firma.
Arrivò a Palazzolo il 27 giugno del 1945 alle ore 12, anzi alle ore 11,30, in divisa di ufficiale albanese. A mezzogiorno in punto si presentò alla fidanzata che aveva conosciuto a Genova e lì l’aveva inutilmente cercata dopo essere rientrato dall’Albania. Messa su casa a Palazzolo, agli inizi, memore del suo ascendente militare, tra il serio e il faceto si presentava a qualche commerciante del posto depositando la vecchia pistola d’ordinanza sul bancone e chiedendo questo e quello. Ben presto ci fu chi gli fece togliere il vizio con le buone e con le brutte. Si vantava spesso di essere stato partigiano in Iugoslavia insieme a Tito e di essere stato decorato al valore, per cui, nelle grandi occasioni faceva sfoggio di medaglie. Un anno in occasione della festa di S. Paolo, mentre sfilava tutto tronfio assieme al santo, con le medaglie appuntate sul petto, un buontempone gli fece arrivare na scorcia ri trunzu sulla testa. Successe il finimondo, Etturi ne voleva conto e ragione, voleva sapere chi fosse stato, fece fermare la processione…
 Si mise a fare il lavorante e il cameriere prima presso il caffè Pino e poi da Corsino. Quindi si mise a vendere gelati ambulando per vicoli e strade per ben quindici anni. Era il 1947 e per il 20 aprile erano state indette le prime elezioni per l’Assemblea regionale. Tra gli altri, a Palazzolo, si presentava come candidato Paolo Riccardo Vaccaro nella lista del Partito Monarchico Popolare. Ettore si arruolò tra i sostenitori del cavaliere natichi ri gomma, con la promessa di una carrozzella tutta nuova per i gelati. Prima delle elezioni, Ettore ebbe una carrozzella tutta nuova, fiammante, a forma di mezza barchetta, ma con un particolare davvero singolare: ai fianchi, oltre alla scritta “Gelati e Granite”, era raffigurato lo stemma del partito “Leoni e Corona” con la scritta “Giustizia sociale, case, lavoro, benessere”. Paolo Vaccaro non fu eletto, ma Etturi u Sardignolu continuò a girare in lungo e in largo il paese vendendo gelati e granite con la carozzella monarchica popolare: “Graniteee, Geeelatii... panna e cioccolato mangia Giulio!”. La chiusa era il suo inconfondibile cavallo di battaglia e alludeva sarcasticamente ad un suo abituale antagonista di briscola di nome Giulio.
In tempo di elezioni faceva l’attacchino. Il partito gli consegnava i manifesti e la farina per fare la colla: la farina diventava regolarmente pane o pasta di casa. La colla, poi, la preparava con la farina che andava a scopare nei mulini. Storica la sua frase pronunciata sui gradini di san Sebastiano in occasione di una candidatura del cav. Iudica per la D.C. : “Mamme piangete i vostri figli non tornano più. Io vengo dal paese dei lazzaroni. Piangete!”.
 Poi passò nel campo dei tessuti e delle confezioni, un ritorno per lui, in quanto a Scutari e a Tirana aveva lavorato a lungo nel settore con gli Ebrei; nel contempo faceva pure l’interprete di albanese per gli Italiani che avevano la sventura di capitare da quelle parti. Gli scampoli e le confezioni difettate o usate provenivano da Prato o da Messina, le scarpe di seconda mano da Catania.
Quando arrivò sulla piazza la popolarissima stoffa a 190 (190 lire al metro) Ettore spopolò. Prima comprò una moto “Guazzoni” poi passò ad un “Capriolo”, poi al furgone e da questo ad una Millecinque Fiat. Il “Capriolo”, un motofurgone omologo della lapa, l’aveva acquistato ad Avola. Fatto il pieno di miscela ritornò a Palazzolo a cavallo del “Capriolo” scorazzando ininterrottamente per le strade principali, sia per impratichirsi della guida e sia anche per esibirsi con il mezzo nuovo fiammante. Sennonché, passando per piazza del Popolo quattro, cinque, sei volte di fila, qualcuno ebbe il sospetto che Ettore non fosse capace di fermarsi. Arturu u Bbossu allora, dalla porta del suo bar, all’ennesimo giro, gli gridò dietro: “Jèttiti! Jèttiti!”. “Jètta a tta suoru! Jètta a tta suoru!” gli rispose di rimando Ettore che comunque si fermò quando finì la miscela. Un’altra “scuola di pensiero”, invece, è pronta a giurare che qualcuno di nascosto avesse bloccato al massimo l’acceleratore del tri rroti, per cui, dopo una partenza a razzo, fu costretto ad inanellare giri dopo giri attorno alla piazza non sapendo come fare per arrestare il mezzo; alla fine fu costretto a seguire il consiglio di Arturo: si buttò, a pesce.
 Oltre che a Palazzolo, Etturi bazzicava a Buccheri, a Buscemi, a Cassaro, a Ferla, a Solarino, a Floridia, a Canicattini, a Rosolini, e anche in alcuni paesi del Ragusano. Appena arrivava in paese incominciava a strillare con la sua voce accattivante: “Aho, vagliù, figliulelle, cca sugnu”,  le donne lo credevano davvero napoletano, e apprezzavano il suo linguaggio pittoresco e familiarizzavano, pronte a comprare la mercanzia. Un giorno mentre tornava da Buccheri con la sua Mini T appena immatricolata, subito dopo la piana, per risparmiare benzina, in discesa girò la chiave di avviamento su Stop, spense il motore e distrattamente estrasse la chiave. Alla prima sterzata, si bloccò il volante e l’auto tirò diritto, sfasciò il muro e cappottò nel terreno sottostante. Uscito a quattro piedi dalla macchina con le ruote per aria, Ettore ritornò a Palazzolo tutto struppiatu e sul cavallo di S. Francesco.

3 commenti:

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