«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Son fili d’oro i tuoi capelli …


Haiu ‘n mazzu di millimillicchi; Nun su’ virdi e mancu sicchi. Pi lu ‘miernu e pi la stati; ‘Nzirtatimillu, pi caritati!  


I capelli, rispetto ai peli delle altre parti del corpo, sono più morbidi, ma soprattutto sono più lunghi, se lasciati crescere, e più folti (possono raggiungere il numero di 150-280 per cm2). Per queste ragioni l’assalto ai capelli è il più naturale e il più pronto quando due donne litigano.  

Fin dalle epoche più remote, nelle credenze popolari e religiose i capelli sono stati considerati sede della vita o della forza di una persona. Questo assunto, tra gli altri, è confermato da Sansone: “ I miei capelli non sono mai stati tagliati…Se uno mi taglia i capelli, io perdo la mia forza e divento debole come qualsiasi altro uomo” (Giudici, 16, 17) e da Niso, re di Megara, la cui sorte fu legata a un capello biondo. La pettinatura, quindi, dalla più semplice alla più sofisticata, da operazione abituale può diventare un rito carico di valenze magico - sacrali. Nelle culture primitive, inoltre, oltre al problema del cosa fare delle ciocche tagliate che potevano essere utilizzate per sortilegi di vario tipo (credenza ancora non scomparsa del tutto), il tagliarsi i capelli comportava il pericolo di disturbare lo spirito della testa, considerata sacra perché sede dello stesso.

A  pilucchera
L'acconciatura è sempre stata una delle parti più caratteristiche dell'abbigliamento e uno degli elementi più mutevoli e vari della moda. Raggiunse la massima importanza nella prima metà del sec. XVIII, quando i capelli venivano spesso rialzati in enormi cupole o in complicati disegni, retti da anime o da macchinari e non di rado arricchiti dagli oggetti più svariati.
Tralasciando il periodo dell’immediato dopoguerra quando, al primo tiepido sole primaverile, per ottemperare soprattutto ad un problema igienico, era consuetudine vedere le donne sedute davanti la porta di casa e spidocchiarsi e spidocchiare col pettine fitto le teste della prole, ci soffermeremo invece, al periodo successivo quando le stesse portavano i capelli lunghi e però andare dal parrucchiere era un lusso che poche si potevano permettere.
La pettinatura, dal punto di vista estetico e del decoro personale, in questo caso era affidata ad una persona di famiglia (la nuora quando andava a trovare la suocera, per rispetto, le chiedeva se voleva essere pettinati i capelli) o all’aiuto scambievole della vicina o ad una persona deputata a questo ruolo: a pilucchera. Costei andava di casa in casa a pettinare le sue clienti  con frequenza settimanale o bisettimanale a seconda dell’accordo; con le belle giornate si lavorava all’aperto. L’operazione era più lunga e più laboriosa quando bisognava acconciare boccoli e cannola, e sciogliere e annodare inestricabili trecce, tuppi e crocchie. A Palazzolo le pilucchere di professione più richieste erano la signorina Concettina a stidda (la sorella Pauledda, già pilucchera, si mise a fare la stiratrice), donna Ciccina a Giulianu,  a Pirarisaa Mangiaova.

Cu javi capiddi ca vi cangiu
Era il tempo in cui il benessere, il boom, non era ancora arrivato per cui si riutilizzavano e si riciclavano anche le cose di poco conto o apparentemente inutili, come le trecce e i capelli tagliati; addirittura i capelli che rimanevano impigliati nel pettine venivano raccolti e conservati filo per filo in attesa del ferravacchio. Costui al grido di “Cu javi capiddi ca vi cangiu” girava per le strade e per i vicoli e dava in contropartita aghi, pettini, forcine, fermagli, filoforte (era quello adatto per cucire culati e rinucciala nei pantaloni sfondati di tricot), bottoni automatici, elastico, ecc. Capiglieri, li chiama P. G. Farina, questi rigattieri: “Questi comprano a caro prezzo capelli di donne per farne scufie da portarle le donne. I mariti danno bastonate alle mogli venditrici: alcune scufiate muojono per capei infetti di tisi, ecc. Le scufiate erano le ricche signore, spelacchiate e non, che avevano la possibilità di comprare toupets ed altro per farsi belle. Le donne del popolo, infatti, portavano i capelli lunghi non per seguire la moda ma perché essi costituivano un piccolo capitale da vendere nel momento del bisogno.
Questi capelli, poi, andavano a finire in piccole fabbriche dove venivano sfilati e puliti per diventare in un secondo momento costose parrucche o per essere spediti in America presso le grandi fabbriche dove i capelli italiani erano molto richiesti perché sottili e facili da lavorare. Con i capelli più corti (pilu ri fimmina) si facevano delle treccine che servivano a confezionare cestini per conservare fresche le olive.

Capelli e credenze popolari
I capelli, come già accennato, non solo sono la sede dell’anima e della forza di una persona, ma ad essi fin dai tempi più antichi, è riconosciuta grandissima importanza nel campo delle superstizioni e nelle fatture d’amore. 
 E’ credenza comune che i bambini cresceranno sani e forti se fino al primo anno di vita non si taglieranno loro i capelli. Alla forza si aggiungerà la fortuna se i capelli verranno tagliati a zazzera. E se fra i primi capelli del bambino se ne trovi uno bianco, si deve avere cura di non strapparlo perché è anch’esso messaggero di fortuna (Sortino).
 Chi si taglia i capelli non deve gettarli nelle campagne, per evitare che gli uccelli , intrecciandoli nei loro nidi, gli facciano venire il mal di testa. Bisogna impedire pure che i capelli cadano e restino in acqua per evitare che diventino serpenti. Le ragazze, invece, quando desiderano avere una capigliatura lunga, intrecciano una spoglia degli stessi nei loro capelli. E per l’allungamento rapido ci si rivolge alla luna nelle notti di plenilunio con la seguente orazione: Bon vinuta luna nova, Jisti vecchia e turnasti nova; Commu criscinu li to pizzi, accussì mi crisciunu li me trizzi!”. Oppure si recita quest’altra se si è giust’appunto nel mese di maggio: “Acqua di maju, crisci-capiddi, Criscili a mia, ca l’haju picciriddi!”. E se a tempo di castagne incominciano a cadere molti capelli la medicina popolare ricorre all’olio di tarantole: olio di oliva nel quale siano stati fritti tre scorpioni (gechi) o in alternativa un ramarro (lucirtuni ‘mbriacu).

E’ nota l’eccezionale importanza che, da sempre, si attribuisce alla manipolazione dei capelli nelle fatture amorose o nel procurare il malocchio. Per questo motivo le donne superstiziose, quando hanno finito di pettinarsi, usano raccogliere i capelli che son loro caduti dal capo e li bruciano o vi sputano sopra o li nascondono per evitare che finiscano nelle mai di majare e stregoni. Una ciocca di capelli è per le streghe l’oggetto del desiderio, lo strumento privilegiato per potere “lavorare” proficuamente nelle loro fatture di seduzione o di nocumento. In quest’ultimo caso, dopo la recita della formula “Tu u facisti a mia e iù ‘u fazzu a tia: comu si nni va stu capiddu, comu u ventu si nn’avi a gghiri iddu”, si prendono i capelli della persona bersaglio e si lasciano volare via dalla finestra. I risultati letali sono garantiti.

Il Corriere degli Iblei, aprile 2003

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