«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: Don Paulinu Genoveffa (Paolo Infantino)


Don Paolino il patronimico Genoveffa lo aveva ereditato dalla madre mentre questa era ancora in vita. Faceva il calzolaio e nello stesso tempo badava ad un buco di negozio, attiguo alla scarparìa, una specie di microbazar dal tetto basso, tutto scaffalato, sito al n. 27 di ronco Cairoli (u curtigghiu ri Furcedda, dal soprannome di don ‘Mmastianu che c’abitava).

Per i ragazzi quel posto era una specie di oracolo di Delfo al quale si accorreva non per conoscere il futuro ma per esaudire i desideri vagheggiati durante la notti insonni o nelle lunghe ore trascorse sui banchi. All'uscita di scuola si andava tutti in processione per comprare figurine, giornaletti, radici di liquirizia, a stecche, caramelline alfanumeriche multi colorate; la via Lombardo, da piazza San Michele alla Balatazza, brulicava di ragazzi: l’uscita dalla scuola era l'ora di punta per Genoveffa. Si faceva la fila, però, soprattutto per comprare le figurine: prima, venivano subito scambiati con il primo che capitava i doppioni, e poi, seduta stante, ci si accoccolava su uno dei tanti scalini che si affacciavano sulle cciappittule e si giocava al "soffio".
Basso, minuto, con un lieve accenno di gobba, don Paolino Infantino Genoveffa aveva un aspetto quasi diafano, sofferente. Il suo viso era liscio come quello di un bambino, ma giallo, smunto, quasi esangue e con una barbettina da malato, con quattro peli sparsi qua e là.  Teneva la testa insaccata tra le spalle, piegata da un lato, e così scontorto pareva che ti guardasse dal basso in alto. Sulla testa, completamente spoglia e aureolata da un'esile coroncina di capelli, portava di solito una coppola nera e floscia che serviva pure a schermare la vivida "luce" che splendeva sotto. Indossava un paio di pantaloni scuri, gessati, corti quasi fin sulle caviglie e sostenuti da bretelle e d'inverno teneva sulle spalle uno scialle di colore marrone e in più una sciarpa nera, girata sul collo dal lato sinistro.
Nel locale si accedeva attraverso una misteriosa porticina verdognola (lo stesso colore che lascia vedere ancora oggi), con i vetri abbuiati da numerose vetrofanie pubblicitarie e dai giornaletti messi a cavalcioni sui fili che lo rendevano ancora più oscuro ed angusto. Don Paulinu si muoveva con estrema lentezza, accompagnando il movimento del capo con le spalle e il resto del corpo. Era pieno di dolori: artrosi e acidi urici. La malattia, l'anchilosi, lo affliggeva senza sosta e aumentava ogni giorno di più, con una progressione inesorabile. Nella stagione fredda non si separava mai dal suo scaldino di rame: da questo turibolo, rovente di sansa, traeva conforto e l’effimera illusione di una primavera precoce. E d'estate, quando poteva, usciva sulla porta o si sedeva sulla sua cciappittula per far godere alle povere giunture, mangiate dai tofi, i rari sprazzi di sole che riuscivano a filtrare dentro il cortile, angusto anch'esso.
Per coricarsi o alzarsi dal letto, si serviva di una corda sospesa proprio sullo stesso e fissata alle due pareti contigue. Col tempo, poi, la malattia gli impedì di fare il calzolaio e don Paolino si contentò di gestire solo il negozio.
A sinistra c'era il piccolo bancone dietro il quale sedeva lui, Genoveffa, con il bastone agganciato alla spalliera o fra le gambe. Quello era il suo regno, e lì, in quello spazio ristrettissimo, con l'aiuto del bastone, riusciva a muoversi a proprio agio, accompagnato dallo sgrigliolio delle scarpe. Si era adattato al suo stato e attrezzato: il bastone gli serviva anche per farsi cadere gli oggetti dagli scaffali alti e con il manico agganciava e sollevava lo scaldino da terra, evitando così di abbassarsi.
Di fronte la porta, un armadio privo di sportelli e dal colore indeciso, con i ripiani affollati dalla roba in vendita, e tutt'intorno mensole, cassetti, locandine, giornali e giornaletti appesi ai fili, come in un terrazzino pieno di bucato. Dietro lo scaffale e addossato al muro c'era il lettino di donna Genoveffa. Quel buco serviva infatti anche da camera da letto per la madre di don Paolino.
In questo bugigattolo, di nemmeno tre metri per cinque, era in vendita una tale qualità di prodotti che sarebbe stato difficile trovarli tutti assieme in altri negozi congeneri: pettini larghi, pettini stretti (per spidocchiare), bottoni, lucido sfuso per le scarpe (l’omino della reclame della Brill, La-perla-dei-lucidi, era una vera icona in questo buco), bullettame, cuoio per le suole, stoppini, il Super-Iride per ricolorare i vestiti, i quaderni di Pizzonero e Codaritta, cartoline illustrate di Palazzolo (editore don Paolino, fotografo Sisino), legacci per le donne, anilina per preparare l'inchiostro in casa, la cassa con i coriandoli di carnevale

Entrare da Genoveffa e sentire l’odore del chiuso di quel “megastore”, significava ogni volta provare un turbamento che ti inebriava e ti stordiva. Da un miscuglio tanto eterogeneo e stagnante di prodotti e di vecchiume veniva fuori un odore originale, esclusivo, un odore che alla fine raggiunto il giusto amalgama era diventato armonioso, e si era trasformato in profumo: "profumo" di carta, di giornaletti, di liquirizia, di cera, di stantìo. Un profumo unico, che solo da don Paolino Genoveffa si poteva assaporare e della cui formula solo lui era il depositario. Era un rito ineluttabile andare da Genoveffa, una malia, un‘abitudine, quasi un “obbligo” come quello di andare a scuola: si andava per comprare, si andava per fare semplicemente compagnia all'amico in quel momento con disponibilità di liquido e quindi con un prurito irresistibile alle mani, si andava per riempirsi gli occhi di mille cose; si andava, soprattutto, per ubriacarsi di quell'odore deliziante, ineffabile; un odore diventato "profumo": profumo di Genoveffa. 

1 commento:

Andrea Musso ha detto...

UNA DESCRIZIONE DEL PERSONAGGIO (DON PAULINU GENOVEFFA) E DELLA SUA "BOTTEGA" VERAMENTE ECCELLENTE, ECCEZIONALE. PERFETTA IN OGNI SUO PARTICOLARE. LUI ERA COSÌ, IL SUO "BUCO" (NEGOZIETTO) ERA ... QUELLO. GRAZIE, PROF. BLANCATO, MI HA FATTO RIVEDERE E RISENTIRE (IL "PROFUMO DI GENOVEFFA") QUALCOSA CHE AVEVO QUASI DIMENTICATO MA CHE INVECE NON DEVE E NON PUÒ ESSERE ASSOLUTAMENTE DIMENTICATO.