«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: Donna ‘Nzulidda ‘a Liuna (Vincenza Leone)

Sul viso roseo e minuto portava un bel naso rosso, rosso anche d'estate, degli occhi ridenti, piccoli e furbi, un mento leggermente aguzzo corredato da sparsi e lunghi pelini. Donna 'Nzulidda, per associazione, mi richiama subito alla mente Olivia, la simpatica, nonché bisbetica, compagna di Braccio di Ferro. Fragile all'apparenza, era invece dotata di una robusta struttura ossea.
Vestita sempre di scuro con i capelli bianchi leggermente ingialliti e raccolti a crocchia sulla nuca, camminava a piccoli passi, raso terra, quasi strisciando i piedi, pareva che scivolasse su un piano di velluto. I due pendenti di onice nero, in sincronia con il lieve tremore del capo, le conferivano una specie di moto perpetuo che si trasmetteva a tutta la persona. Aveva un sorrisetto accattivante con il quale metteva in mostra tutti i trentadue denti della cascia mentre il muso irto di grigi peluzzi le si aggrinziva a fisarmonica. Negli ultimi tempi stava con il nipote Sebastiano, apprezzato sarto di scuola francese, il quale parlava anche bene la lingua d’oltralpe ma per una sorta di rivalsa postuma beveva i vini di Pachino, meno raffinati ma più robusti di quelli che aveva avuto modo di assaporare durante la sua lunga permanenza in Francia.  
Ai Palazzolesi era nota come donna 'Nzulidda 'a Liuna, per l'anagrafe era la signorina Vincenza Leone. Nubile per scelta, e per niente inacidita, era abbastanza avanti negli anni e nondimeno il tempo per lei si era fermato: era diventata vecchia tutta in una volta e però non continuava più ad invecchiare. Gestiva un negozio-emporio al n. 6 di Corso Vittorio Emanuele, ma quel posto più che altro era una specie di salotto, un salotto di casa allargato a tutte le sue amiche-clienti.
La vendita della roba e l’eventuale guadagno, ammesso che ne avesse, erano un fatto marginale; per lei l'obiettivo primario, quando il “salotto” stava aperto, era quello di incocciare le clienti giuste al momento giusto, e non per vendicchiarle qualcosa, quanto piuttosto per discorrere “amabilmente” del più e del meno. La conversazione, prima a fior di labbra, incominciava poi a divenire fluida, sibillina, ammiccante, con ampi voli pindarici senza quartiere che toccavano l’intera comunità palazzolese urbana ed extraurbana. E allora vedevi un brulichio di comari nere con le labbra strette, a culo di gallina, che ciaramellavano intozzate in crocchio, e lei, nel mezzo, come una papessa, con la testa che cominciava a tremolarle più del solito, teneva banco agli ameni conversari che si intrecciavano sempre più con una progressione da crescendo rossiniano.
 L'apertura e la chiusura dell'esercizio non tenevano conto né di norme né di logiche da marketing: alle volte apriva alle 11 oppure a mezzogiorno suonato, per chiudere alle 13 o mezz'ora dopo; di pomeriggio, o meglio, la sera riapriva alle 7,30 o alle 8 e un quarto o a qualsiasi altra ora, per chiudere alle 10, o alle 11 o (d'estate) a mezzanotte e mezza.
Aveva delle mani grandi, sempre gonfie, paonazze e gronchie, costellate di geloni sino a maggio inoltrato con le quali, senza nessuna difficoltà, riusciva a fare girare nella toppa la gran chiave a naso, facendo scorrere la mandate una dopo l'altra.
Due o tre gradini sotto la soglia immettevano nel tammusu  adibito a negozio. L'arredamento era costituito da tre banconi nocciola chiaro disposti ad U e da alcune traballanti scaffalature che servivano pure da tramezzo per il retrobottega. Questo era  violabile soltanto dalle clienti fidatissime con le quali donna 'Nzulidda si appartava per discutere e sproloquiare sulle vicende più sconvolgenti dell’ultima ora: tresche, corna, zitaggi,  fuiutini, nascite, liti parentali e non, anteprime di malati di cancro, morti nella nottata, lutti, disgrazie, dissesti economici… Un taglia e cuci che nemmeno in sartoria.
Gli articoli in vendita appartenenti alle più disparate categorie merceologiche erano disposti alla rinfusa: sui banconi, sulle mensole, a terra. Una confusione indescrivibile: zucchero a pezzi, stacchi di tela, batterie da cucina, flanella per camicie e mutande, caffè in grani crudo e tostato, estratti Bertolini per coloratissimi rosòli caserecci, (doppio kummel, crema cacao, perfetto amore, strega di Benevento, certosino) scampoli di percalle, percallino, matapollo, musulinu, brillantina sfusa, petrolio sfuso, farina sfusa, zucchero semolato, impalpabile, buatte di salsa, pasta, pezzi di sapone di “casa” ecc. ecc.
Le affezionate clienti venivano servite secondo un criterio inversamente proporzionale all'importanza delle notizie di cui erano foriere. Vale a dire: le clienti portatrici di fatti nuovi e significativi erano le "privilegiate" e difatti, tacimaci, finivano sempre in coda perchè dovevano immettere nuova linfa alla conversazione già avviata e da prolungare; le clienti a corto di argomenti, invece, anche se arrivate per ultime, venivano servite immediatamente e così lasciavano libero il campo, oppure se volevano, rimanevano ascoltatrici passive per un lungo lasso di tempo, e infine se ne uscivano insalutate e, se possibile, senza aver comprato la merce per cui erano entrate. Niente male, sarebbero ritornate l'indomani per comprare, ma soprattutto per rifarsi con lo spifferare o con l’incamerare notizie rilevanti e di prima mano.  

Povera donna 'Nzulidda. La rivedo ancora, ciondolare, con la grossa chiave tra le mani, pronta a girare l'angolo di via Monastero per aprire il suo "salotto" sul Corso. 

2 commenti:

Borgo Rigolizia ha detto...

Meraviglioso

Borgo Rigolizia ha detto...

Aspetto che scrivi del Prof. Carmelo Sisino. L'ho conosciuto di persona, un personaggio speciale, colto, dalle mille sfaccettature come tu ben sai raccontare. Complimenti per l'evidenza e l'attenzione alla storia della nostra cultura a qualsiasi livello. Grazie Nello. Un caro abbraccio Paolo Gallo