«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO. Peppi u Zuoppu alias u Sigghiaru (Giuseppe Miceli)

Con una canna il maresciallo gli scostò il bavero della giacca dal viso esangue e lo identificò: 
era proprio lui, Miceli Giuseppe, detto Peppi u zuoppu, nato a Buscemi il 2.4.1897 e residente a Palazzolo Acreide in via Vistabella n. 20.
Lo trovarono una gelida mattina di dicembre di trent’anni fa, a terra, con la barba grigiastra intrisa di bava, rannicchiato sul pagliericcio del suo misero tugurio intanfato di umido, nei pressi di castieddu minzanu, con la coppola tutta di traverso e le stampelle accanto. Sul tavolo sgangherato e imporrito una montagna di pacchi di pasta, ammuffita, e una vastedda appena sbocconcellata, ammuffita anch’essa. L’umidità, in quel buco senz’aria e senza luce, esalava un insopportabile tanfo di terriccio rimosso e le ragnatele, assieme alla muffa, avevano conquistato ogni angolo.
Lo sventurato, solo al mondo, non aveva voluto dare fastidio al prossimo, nemmeno per morire: se ne era andato con discrezione, in punta di piedi, come per una sorta di inconsapevole senso del pudore. Da ragazzo, mentre era intento a giocare con dei coetanei, fu spinto da uno di loro, e intanto che cadeva a terra un grappolo di ragazzi gli rovinò addosso: la gamba sinistra rimase completamente maciullata. Dati i tempi tristi, fu condannato a rimanere storpio per tutta la vita e a vivere ai margini della società.
Una faccia verdognola, ingiallita dai patimenti e dalla miseria, ispida, con una barba feroce, irta di peli, che gli invadeva le guance fin quasi sotto gli occhi; due occhi nerissimi, di carbone; una coppola bisunta e informe per tutte le stagioni, calcata regolarmente sulla testa, notte e giorno: i capelli neri come ala di corvo, lisci, irsuti, che gli schizzavano da sotto; il naso un po’ camuso e due ciuffetti di peli setolosi che gli fuoriuscivano dalle pinne delle narici; altrettanti ciuffetti ai traghi degli orecchi. Scaglioso di carattere, ma capace anche di sorridere, un sorriso che era una smorfia dolente. Per potere sopravvivere dovette inventarsi un mestiere.
Da giovane si mise a fare lo spaccalegna, poi a causa della sua menomazione, fu costretto a cambiare lavoro e intraprese il mestiere di sigghiaru: girava per le strade del paese aggiustando le sedie rotte.  All’occorrenza dava “vento” al mantice dell’organo della Matrice e della chiesa di S. Paolo. Quelli erano i tempi in cui il maestro Arezzo, con i suoi virtuosismi, deliziava gli orecchi dei fedeli sanpaolesi durante le messe cantate.
Un povero cristo, Peppi, che mi ritorna in mente per la singolarità della sua giacca. Una giacca senza bottoni, scolorita, mangiata dal sole e carica di untume; era veramente un capo particolare e dimostrava l’estrema indigenza del suo indossatore. C’era però un altro dettaglio che la rendeva veramente originale e le dava il suggello di capo esclusivo: il pronunciatissimo rigonfiamento aggettante lungo tutto il bordo inferiore; quella era la sua dispensa. Lì, tra la fodera e la stoffa, lo sventurato immagazzinava tutte le cibarie che percepiva come compenso per il suo lavoro: pane, pacchi di pasta, pezzi di formaggio, pomodori secchi, olive, ecc. Una specie di “ruota” aperta a ventaglio da fare invidia ad un pavone maschio.
Camminava a fatica reggendosi sulle stampelle e portando in mano un sacchetto pieno di attrezzi e di ricambi per le sedie, caviglie, zammarra, colla, chiodi. A lungo andare gli si erano sopralzate le spalle e il collo era quasi scomparso in mezzo ad esse, si vedeva solo la testa infossata, reclinata un po’ sulla spalla destra, con una faccia triste, segnata, che sapeva di sofferenze e di privazioni (e forse queste poteva evitarsele, visto che, a quel che si dice, i carabinieri trovarono un bel malloppo di denaro ficcato dentro un recondito buco della sua squallida stamberga).
Stava fuori tutto il giorno a rimpagliare sedie, a mettere caviglie a riparare fondi e spalliere. Non iniziava mai un lavoro senza avere stabilito il patto prima, una regola dalla quale non derogava mai. Naturalmente mangiava fuori, per la strada, e all’ora di pranzo si accordava per un compenso in natura: un piatto di pasta, un pezzo di pane e formaggio. Quando durante il giro veniva a trovarsi nel suo quartiere, a S. Paolo, faceva una puntatina presso l’osteria di don Paulieddu Mazza: qualche polpetta, oppure un paio di arancini, o mezza dozzina di uova sode, accompagnate da mezza lampa di vino forte. Continuava quindi nel suo peregrinare per le strade del paese. Al tramonto incominciava ad avviarsi lentamente verso la sua dimora, in via Vistabella, a ridosso del castello; un rientro tutto in salita e per giunta assai erta!

Durante la buona stagione, per risparmiarsi questa faticata, Peppi pernottava all’aperto, in piazza Umberto, steso su uno dei tanti sedili in ferro, sotto le stelle e gli oleandri rossi. Chi lo conosceva bene sosteneva tuttavia che il motivo del suo dormire in piazza non era per risparmiarsi la fatica del ritorno, alla quale del resto era abituato, quanto piuttosto per non affrontare l’impari e diuturna battaglia contro il nutrito esercito di pulci che, oltre alle ragnatele, assediava stabilmente la sua casa. Specie nella stagione estiva le quasi invisibili armate si eccitavano e diventavano più baldanzose e aggressive; quindi  quando poteva, in estate preferiva dormire senza la loro compagnia, anche se, tutto sommato, si era abituato a questa convivenza forzata e non ne faceva un dramma. La stessa cosa non era per il vicinato, il quale ricorda ancora (con terrore) le periodiche scorribande di quelle orde fameliche di succhiasangue in tutta la via Vistabella e dintorni con tanto di assedio al castello.

3 commenti:

Andrea Musso ha detto...

Non lo conoscevo personalmente ... ma ne ho sempre sentito parlare. Comunque la descrizione del soggetto da parte del prof. Nello, che a Peppi ha fatto una vera e propria fotografia, basta a farlo divenire un personaggio odierno.

Nello Blancato ha detto...

La ringrazio di cuore per i suoi costanti apprezzamenti nei miei confronti.
Ciao.

Daniele Avagliano ha detto...

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