«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Un giocattolo d'altri tempi: a saitta

"Cu è natu pi fari a saitta / gira e firria ma è sempri a 'na banna".

Palazzolo Acreide. A saitta è la trottola di legno di faggio, fau, (o di quercia o di ilici) di forma conica con una punta in ferro. Si lancia a terra per mezzo di uno spago, in modo da farla girare rapidamente su se stessa.

E' un giocattolo di origine antichissima, derivato dal palèo, conosciuto già dai Greci e dai Romani e di cui alcuni esemplari sono stati rinvenuti a Pompei e a Troia. Una versione moderna della trottola, anch'essa ormai andata in disuso, è quella meccanica, a molla, la quale, facendola girare per mezzo di un'asta elicoidale, emette una specie di prolungato suono musicale.In Sicilia questo gioco popolare, esclusivamente maschile, era in voga sino ad una quarantina di anni fa, e si praticava soprattutto  d'inverno.

Saitti, pizzi e pizzati
Alla "Mostra etnografica siciliana" allestita da Pitrè a Palermo nel 1891, l'illustre etnologo ebbe modo di presentare, oltre a svariati manufatti relativi agli usi e ai costumi del popolo siciliano, diversi esemplari di questo giocattolo il quale assume varie denominazioni a seconda della forma, della grandezza e del luogo di provenienza: strummulu, tòrtulu, turtulicchia, rrummulu, truppettu, tuppettu, cicidda, saitta (a Palazzolo). Quello più grande prende il nome di: baddazza,* strummuluni, paparazza, pitollu, saittuni. Il genere col colletto (circa) a rilievo sulla  testa è chiamato "saitta chirchiriddara"; quelli senza vengono chiamati  "tignusi" o "a-ccuculuni". 

L'uso dei vari tipi di "saitti" come pure la tipologia delle punte variava a seconda del gioco e quindi delle "battaglie" che si andavano a sostenere sul terreno di gara. Le punte più comuni erano due: la punta a "lancia", di forma piramidale, serviva per spaccare o sgangari la trottola che "puzzava"; quella  rotonda veniva usata per infilzare con micidiali "pizzate" la testa della trottola rivale.
Per la riuscita del lancio era importante sapere avvolgere a dovere "a lazzata", lo spago, cioè, che si doveva arrotolare e fare aderire nel giusto modo al legno. Per non correre il rischio di farlo "sfigghiari", con la saliva si bagnava preliminarmente l'estremità iniziale, quella sfioccata, quindi si partiva dal "pizzu" e via via si saliva a cerchi concentrici e serrati fino alla parte più larga della trottola; l'altra estremità  era fermata da un grosso nodo o da una "auriccedda" rotonda, di cuoio o di metallo, che, trattenuta esternamente fra l'anulare  e il mignolo della mano destra, serviva a dare forza al lancio imprimendo un repentino moto rotatorio alla trottola che si metteva a girare velocissimamente sulla punta.

Il  lancio di solito si eseguiva in due modi: "n-supra", quando la trottola veniva scagliata dall'alto e con la punta rivolta in sù, oppure "a fimminina" (ma questa versione era indice di scarsa abilità) quando la trottola veniva scagliata con la punta rivolta verso il basso e con un movimento a stantuffo all'altezza del ginocchio. 
Svariati erano i modi di giocare, però prima di iniziare si doveva stabilire chi doveva restare sotto, e a questo scopo si tracciava una linea a terra (spaccasinnu) e poi a turno si lanciava "a saitta": chi si era allontanato di più dalla linea "puzzava"; oppure, si puntava sulla durata del movimento rotatorio facendo mettere sotto la trottola concorrente che si fermava per prima, quindi iniziava il tiro al bersaglio sulla malcapitata. Se la trottola non veniva colpita con il lancio diretto, l'avversario poteva prendere la sua sul palmo della mano, e scagliarla contro quella che "puzzava".
Finito il turno si ricominciava daccapo.                                                                    

A lapuniata                                             
A seconda della buona riuscita o meno della costruzione la trottola era classificata come "ballerina", quando, mal equilibrata, ballonzolava sul terreno, oppure era "pinna" (piuma), quando, perfettamente equilibrata, girava così leggera e veloce da sembrare ferma, addormentata.
Quando il lancio era perfetto e forte si avvertiva il tipico ronzio del calabrone: "a lapuniata". Per aumentare tale ronzio (il volo del calabrone ci riporta al mondo magico delle civiltà primitive, dove la presenza del dio viene annunciata proprio con questo suono) si ricorreva a un bizzarro espediente: si estraeva la punta in ferro e dentro l'anima si introduceva sterco cavallino o pecorino. Qualche volta, per rendere più "leggera" la trottola, si introducevano pure ali di mosche o fili di ragnatela.

I saittari di Palazzolo
I "saittari" erano quei mastri d'ascia e falegnami che, fino ad una quarantina d'anni fa, fabbricavano i "saitti" col tornio a pedale per la gioia dei ragazzini. Questi umili artigiani, oltre ad essere molto apprezzati dai ragazzi ,erano dei tutto fare insostituibili soprattutto nel mondo contadino. Negli anni di più intensa attività, quindi prima della meccanizzazione agricola, erano capaci di costruire e di riparare un ampio ventaglio di oggetti e strumenti che facevano parte del sistema di vita tradizionale e agricolo: aratri a chiodo, telai per la tessitura, torchi per frantoi, madie, gramole, collari, pale e forconi per spagliare il grano, mazze per battere i cerali e il bucato, "marrugghi" per le zappe, ecc.


A Palazzolo tra gli ultimi "saittari" possiamo annoverare: Don Franzo, in via Garibaldi, e accanto  il fabbro Pizzo che forgiava le punte, don Paolo "Luciano" (aveva un antichissimo tornio di castagno), Don Pippinu Tumminieri (scomparso quasi centenario) con bottega in piazza S. Paolo, Paolo e Vincenzo Messina (i Ieca) alla Costa, don Paolo e don Giovannino Rizza (i Sussuni) in via Scalilli.

IL CORRIERE DEGLI IBLEI, febbraio 1998  

Nessun commento: