«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Notti magiche: la notte dell’Ascensione e quella di s. Giovanni

…l’acqua e il fuoco, per merito della benedizione divina, acquistano straordinarie virtù catartiche…

PALAZZOLO ACREIDE. Domenica 1 giugno, Ascensione di Nostro Signore: quaranta giorni dopo la Resurrezione, si celebra la fine della presenza visibile di Cristo nel mondo. Martedì 24 giugno, si festeggia la natività di S. Giovanni Battista coincidente con il solstizio d’estate. Due ricorrenze preluse, secondo la tradizione popolare cattolica, da notti magiche, fauste, feconde, foriere di salute e di prosperità.


La notte dell’Ascensione
La notte dell’Ascensione è considerata il genetliaco della purificazione universale. E’ la notte in cui l’acqua e il fuoco, per merito della benedizione divina, acquistano straordinarie virtù catartiche e ogni essere vivente può ottenere benèfici influssi rigeneratori. Su questa credenza si innestano una serie di pratiche e di riti, la maggior parte dei quali ormai sono andati in disuso.
Nella notte dell’Ascensione, a mezzanotte in punto, gli animali venivano condotti sulle spiagge o in riva ai fiumi e immersi, anche a viva forza, nelle acque per farli guarire o per preservarli  dalle malattie: " ...tutti vogliono far entrare nell’acqua gli animali, a mondarli e guarirli da reali o supposte infermità, a preservarli da quelle altre che possibilmente potrebbero avere nell’anno…” (S. Salomone Marino, 1897, 179). Uscendo da questo bagno benedetto sparisce qualsiasi male e le mammelle di ogni animale femmina si fanno lussureggianti di latte. Anche le persone,  immergendosi nelle acque benedette da Gesù al suo passaggio, si potevano nottetempo liberare da qualsiasi malanno e sofferenza.
Ad Avola, le donne, la sera della vigilia, preparavano croci di assenzio e le mettevano sui tetti per essere sacralizzate da Gesù: in casa sarebbero servite come antidoto contro alcune malattie e nelle stalle avrebbero reso mansueti gli animali indomiti; l’indomani si recavano in campagna e adempivano ad un rito lustrale attraversando un ruscello per ben sette volte, sicure di ottenere esiti prodigiosi per i loro malanni.
A Canicattini le ragazze ponevano al balcone un catino d’acqua con petali di rose. L’acqua si fondeva con la rugiada e il Signore, passando di notte, la trasformava in panacea dalle grandi virtù taumaturgiche, infallibile per prevenire o curare qualsiasi affezione. Antonino Uccello ha straordinariamente descritto questa usanza, unitamente all’altra dei fuochi notturni, nella sua  “La notte d’Ascensione” (1958): “Di rosse stimme il vento solca il cielo. Lungo strade e costoni al mio paese, la notte d’Ascensione, brulicavano fuochi di frasche di limone ulivo e timo. Ogni fanciulla o sposa affacciava un catino al davanzale d’acqua piovana e petali di rosa”.
 La rugiada aspersa sulle piante in questa notte prodigiosa è fecondatrice per eccellenza giacché inebria di essenze i fiori, dà lo zucchero alla frutta, riempie di frumento le spighe. Per chi soffre di nevralgie acute gli basta rotolarsi a mezzanotte in punto sull’erba bagnata di rugiada, e il dolore scompare all'istante e per sempre.
Anche il fuoco dei falò acceso agli incroci delle strade, di cui parla Uccello, e le “fumate” di rami verdi che i contadini accendono sul far del giorno, sono legati al rito della purificazione: il fuoco bruciando purifica l’aria.  
Connessa allo stesso rito era la consuetudine di offrire da bere, di buon mattino, il latte appena munto “pi farisi lu cori jancu” e per ricordare, secondo la leggenda, che Gesù prima di salire in cielo volle bere il latte di una mucca. A Palazzolo, un facoltoso massaro, il signor Girolamo Pizzo soprannominato “Mumminu Cucciaru”, la mattina dell’Ascensione conduceva le sue mucche sul piazzale Marconi e qui faceva distribuire a tutti i presenti il latte ancora tiepido di mungitura. Altrove sopravviveva l'uso di offrire grandi quantità di latticini freschi, cagliate e minestre cotte nel latte.

La notte di san  Giovanni
Il solstizio è il periodo dell'anno in cui il sole si trova nel punto più alto dell'equatore e quindi  la differenza tra la durata del giorno e quella della notte è massima. Come si sa nel corso dell’anno si verificano due solstizi: il primo, il 22 giugno, segna l'inizio astronomico dell'estate, il secondo, il 21 dicembre, segna l'inizio dell’inverno. Se il solstizio d'inverno rappresenta la rinascita simbolica del sole, quello d'estate raffigura la sua morte apparente.
I solstizi nelle tradizioni precristiane erano considerati tempi sacri e pertanto venivano celebrati con feste assai spettacolari. Più tardi i cristiani furono attirati da quelle feste dedicate ai culti solari, sicché la chiesa pensò di celebrare, a ridosso di questi due momenti, il Natale del Cristo (a cui poi il papa Leone Magno diede fondamento teologico) e la natività di Giovanni il Battista (24 giugno), entrambi espressione di questo simbolismo solare ereditato dal paganesimo.
Se le feste natalizie danno l’avvio al ringiovanimento del sole, con la festa di S. Giovanni Battista, coincidente con la celebrazione del più alto grado di vitalità del “fecondatore” per eccellenza,  inizia la parabola discendente e, un poco alla volta, il sole si nasconderà ai nostri occhi fin oltre al giorno di Santa Lucia.  
Per sovvenire alla fragilità del sole si metteva in atto per “similia” il rito dell’accensione dei fuochi. Così la notte di S. Giovanni si illuminava, fino a pochi decenni orsono, di falò con cui rinvigorire il sole e con esso tutto l'universo; i bambini dal salto delle braci ardenti traevano forza e auspici di salute.
Come avveniva in tutte le cerniere del tempo che scandivano la transizione da un ciclo stagionale all'altro, anche nella notte di S. Giovanni, secondo la tradizione popolare, accadono fenomeni inquietanti dove sogno e realtà si confondono. Notte di miracoli, in cui si traggono presagi sulle nascite e sui matrimoni; si apprendono scongiuri ed orazioni magiche, si scoprono tesori incantati; notte in cui inquietanti sciami di streghe e di demoni solcano il cielo e dalle viscere della terra escono i vuvitini, nani fatati alti un gomito; notte buona per togliersi i vizi e per nascere poeti, notte in cui gorgoglia l’acqua di alcuni siti.
E la notte di San Giovanni, come quella dell’Ascensione, partecipa anche della arcaica sacralità delle acque e del loro valore ctonio e rigeneratore: si riteneva che bagnarsi in un fiume o nell’acqua di mare in questa notte magica apportasse benefici e salute oltre che fecondità; ad Avola tale rito era panacea miracolosa contro la calvizie e contro le forme ostinate di scabbia. Con la rugiada notturna si preparavano infusi di erbe e fiori che raccolti in questa notte perdevano le loro caratteristiche ordinarie per divenire rimedi universali.
San Giovanni inoltre dà responsi alle ragazze che cercano marito e protegge pure dalle tempeste. A Noto le ragazze collocavano una catinella d’acqua al centro della loro stanza e vi saltavano sopra. Quindi si affacciavano alla finestra e consideravano come fidanzato il primo giovane che passava. Altra pratica consisteva nel mettere in un sacchetto tre fave: una intera, una pizzicata e una sgusciata. Ad ogni seme era collegata la condizione del futuro fidanzato: alla fava sgusciata, naturalmente, era assegnato il povero in canna. A Palazzolo, le fanciulle la vigilia di S. Giovanni sotterravano un cardo selvatico. L’indomani, all’alba, se la peluria del fiore era diventata bianca addio marito! Se invece risultava fortemente colorata le nozze sarebbero state imminenti.

Sempre a Palazzolo e altrove contro le tempeste, dopo avere coperto specchi e ori, si recitava e si recita il seguente scongiuro: “San-Ciuvanni iàutu e ddanni, nn’at’a scanziari ri ttrona e di lampi”.

IL CORRIERE DEGLI IBLEI, maggio 2003

1 commento:

Daniele Avagliano ha detto...

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