«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: Don Turiddu ro gnu’ Filici (Salvatore Papa)


Nel 1912 ebbero inizio i lavori per la realizzazione della ferrovia a scartamento ridotto Siracusa-Ragusa con diramazione per Vizzini campagna al Bivio Giarratana. 

L’opera, dopo una lunga serie di contrattempi e di difficoltà fu attivata dopo la fine della prima guerra mondiale (il 19 luglio 1915 fu inaugurato il tratto Siracusa-Solarino). Numerose erano le aspettative dei paesi coinvolti nel progetto, la gente si attendeva un riscatto dallo stato di stagnazione economica e dall’isolamento in cui si trovava: un collegamento moderno e rapido dei comuni dell'entroterra con Siracusa e Ragusa avrebbe agevolato nuovi rapporti e nuovi sbocchi commerciali; inoltre avrebbe dato la possibilità a quanti viaggiavano, di ammirare in tutta la sua selvaggia bellezza la Valle dell'Anapo e la necropoli di Pantalica estremamente interessanti dal punto di vista storico, archeologico e ambientale (è tali sono gli intenti, anche se l’itinerario è diverso, del cosiddetto treno barocco del Sud-Est che ha preso il via nel marzo del 2005). Malgrado tutto questo, alle 9,30 del 30 giugno 1956, dopo appena  quarant'anni d’esercizio (il contratto prevedeva una concessione della durata di 90 anni), il treno che arrivò alla stazione di Siracusa non ripartì mai più e così la S.A.F.S. (Società Anonima per le   Ferrovie Secondarie della Sicilia) chiuse definitivamente i battenti.

Il trenino a vapore, soppiantato da concorrenti più agguerriti perché più veloci, aveva finito di sbuffare e di contorcersi, per sempre. A Palazzolo erano già in servizio le autolinee per Canicattini Bagni e per Catania dei fratelli Golino, e già l'autobus dal muso sorcigno di Lissandrello serviva giornalmente i paesi limitrofi del nostro altipiano. Avanzava a grandi passi la civiltà delle quattro ruote.
Anche don Turiddu ro gnu’ Filici, cocchiere, in conseguenza di questo provvedimento, fu costretto ad appendere la frusta al chiodo. Era l'ultimo gnuri in attività rimasto a Palazzolo, e ancora in età di poter lavorare; purtroppo con la chiusura della ferrovia, gli veniva a mancare la materia prima da trasportare: la merce. Sì, la merce, perché don Turiddu, negli ultimi tempi, con la sua carrozza, dalla stazione di Buscemi – Palazzolo, non trasportava più viaggiatori, ma la merce spedita a mezzo ferrovia che poi recapitava ai vari destinatari. I passeggeri, dal canto loro avevano già deciso di viaggiare con i pullman o con le auto a noleggio di rimessa, e qualcuno anche con l’auto personale.
Don Turiddu Papa era una persona alla mano, pronto al dialogo, al sorriso, gli piaceva parlare, raccontare, aveva una bella memoria, integra, lucida fino all’ultimo; malgrado fosse semianalfabeta era in grado di esprimersi con cognizione di causa: “Figghiu miu ro ma cori, ma vuoi mettere la soddisfazione di avere in mano delle redini e di sapere guidare a tuo piacimento un cavallo malandrino che ti risponde, meglio di una persona, a tutti i tuoi comandi? Ce ne vogliono di macchine!”. Aveva una faccia rotonda, allegra, la pelle bianca e liscia anche nella tarda età, le guance rosee sempre rasate, due occhi neri e tondi tondi. I capelli neri, lisci, lucidi, pettinati all’indietro e incollati al cranio; li aveva filo per filo come da giovane. Camminava dondolandosi un po’ con delle impercettibili oscillazioni  laterali delle spalle.
A sei anni aveva iniziato con il fare il garzone di fornaio-pastaio prima da don Cicciu Calamarera  e poi da don Pippinu Lapira. A 14 anni, il padre, u gnu’ Filici,  gli insegnò il mestiere e lo mise a lavorare con lui. Il genitore, cocchiere di razza, per diverso tempo era stato al servizio del marchese di Villadorata di Noto, dove conduceva una vettura a sei cavalli.
Partito militare in Toscana e congedatosi, Turiddu prolungò per altri due anni la sua permanenza lì e si mise a fare il fiaccheraio a Bibbiena, scarrozzando uomini e donne da un punto all’altro della città.
Quando ricevette la notizia della morte del cavallo del padre (a lu riccu cci mori la mugghieri, a lu poviru cci mori lu sceccu!), fu costretto a rientrare a Palazzolo per aiutare il padre, in difficoltà per la grave perdita subìta.
Comprato un nuovo cavallo, anzi due, insieme si aggiudicarono l’appalto comunale della carrozza mortuaria a due cavalli. Si schiudevano nuovi orizzonti fecondi di soddisfazioni, soprattutto economiche. Macché! Per un anno e oltre a Palazzolo “sfortunatamente” non morì quasi nessuno, né di morte naturale, né di morte accidentale e nemmeno d’inedia. Una disdetta nera, un boicottaggio bello e buono del fato. Padre e figlio, allora per lo scarsissimo numero di “clienti”, smisero di fare i Caronti e ritornarono al trasporto dei vivi.
“Quando mio padre morì – raccontava don Turiddu – lasciò un debito di 2000 lire da pagare al parroco Lauricella per la fornitura di carrube per il cavallo. Un giorno questi mi incontrò davanti al palazzo Iudica, e mostrandomi la cambiale firmata da mio padre, con grande generosità me la ritornò e mi disse di strapparla con le mie mani. Io, ringraziandolo, la strappai subito, e… tutta bbona e bbiniritta, i pezzetti li buttai dentro la canaletta. Intanto, figghiu miu ro ma cori, non so perché, mi fissai negli occhi e nella mente tre numeri, i civici che vanno dal portone Iudica all’angolo di Via Monastero: 10, 8, 6. Me li giocai al lotto sulla ruota di Milano e vinsi 50.000 lire. Quello fu un crapicciu che mi volli passare e fui fortunato. Io non sono vizioso”.
La concessione del servizio postale ferroviario, prima gestita dal padre, passò a lui: tutti i  giorni, per quattro volte al giorno andava e veniva dalla stazione di Buscemi - Palazzolo per consegnare pacchi e plichi al "postale" ferroviario e viceversa. Questa concessione gli fruttava uno stipendio di trecento lire al mese. Nel contempo, prendeva a bordo eventuali viaggiatori in arrivo o in partenza. Questo servizio lo espletò per ben 35 anni, fino alla dismissione della ferrovia e sapendo già di non potere fruire dei contributi previdenziali, aprì un’osteria (“Zazà”, da qui il secondo patronimico di don Turiddu) in via Bando n. 2 che gli diede la possibilità di ricevere la pensione di commerciante.
Ma u gnu’ Turiddu, quando la ferrovia lavorava a pieno ritmo e chiudeva i bilanci in attivo, con il suo lavoro di cocchiere era impegnato anche su altri fronti. Oltre ai viaggi del servizio postale, faceva il servizio trasporto passeggeri da Palazzolo alla stazione e viceversa: cinque sei passeggeri per volta, uno sopra l’altro. Con la carrozze piene, nelle fredde mattinate invernali, per i cocchieri era di rito la fermata presso l’osteria della Sattirana in via Roma: un bicchierotto di vino ‘n-petra e via di corsa verso la stazione. La tariffa era di una lira e mezza per la stazione e due lire (perché in salita) dalla stazione a  Palazzolo (siamo intorno agli anni '40).
U gnu’ Turiddu, e gli altri colleghi cocchieri ( u gnu’ Peppi u Salaru, don Gatanu Campagna, Ianu Golino, Nicola Russo, Giuseppe Bufalino, Giuseppe Velasco ecc.) effettuavano anche viaggi più lunghi e riguardo alle tariffe (sempre andata e ritorno) non si facevano mai concorrenza. Per andare con la carrozza a Noto, per esempio, si pagavano 25 lire e si impiegavano 5 ore (ancora lo stradale Palazzolo-Noto era breccialato); per il ritorno, in salita, ci volevano sei ore; 10 lire costava andare a Buscemi, 15 lire a Canicattini, 30 lire a Sortino, altrettanti ce ne volevano per andare a venire da Vizzini.

Con la sua mylord e con “Pippo” il suo ultimo cavallo, succeduto a Fortunato, u gnu’ Turiddu trasportava anche gente di alto lignaggio: il barone Iudica e consorte, il barone Bibbia e la baronessa, il barone Corrado Zocco e il fratello, il "signorino" Calleri, il senatore Italia, il commendatore Italia, il dottore Italia (Cannizzu), il commendatore Bongiorno. Anche i frati del convento di Palazzolo erano suoi clienti: periodicamente li caricava in vettura e li accompagnava al convento di Sortino per gli incontri di routine o per gli esercizi spirituali. Ma oltre a questi aveva anche altri clienti di “riguardo” e da riguardare: i detenuti del carcere mandamentale di Palazzolo che doveva trasferire sotto scorta nel penitenziario di Noto o presso la “casa c’un occhiu” a Siracusa.

Messa al chiodo frusta, botticella e botte, don Turiddu, già abbastanza avanti negli anni e sempre molto lucido e di buona memoria, fu folgorato “sulla via di Damasco” e si convertì a tempo pieno al volontariato. Per un congruo numero di anni fu infatti il braccio destro di don Angelo Caligiore, il parroco di San Sebastiano: faceva da filtro ai vari interlocutori, accendeva le candele dell’altare maggiore, le spegneva, vendeva i lumini di cera, metteva il segnalibro nel vangelo della domenica, imbucava le elemosine della messa, badava a che i ragazzi del catechismo non facessero chiasso, faceva da cicerone maccheronico…

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