«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: U Prizzaturi (Paolo Pirruccio)


Aveva iniziato curando le bestie, finì con il curare le persone; nel giro di qualche anno, don Paolo, da semplice contadino divenne un guaritore assai apprezzato e conosciuto nella nostra zona e oltre. Lo chiamavano u Prizzaturi per il mestiere esercitato dal bisnonno il quale, oltre che a fare il contadino anche lui, aveva fatto pure lo stimatore, prizzaturi, di terreni, case e animali.

Fin da  giovane, don Paolo aveva avuto il pallino di curarsi da solo gli animali della sua masseria di contrada Saraceni, a pochi chilometri da Palazzolo: cataplasmi di pale di fico d’India per gli ematomi; impiastri di radici di asfodelo, purrazza, per le piaghe verminose; salassi e applicazioni di rariciedda al petto dell’animale sofferente di polmonite; u pilurrussiedu (erba con forte potere emostatico), per le ferite, e così via.
In seguito, l'amicizia e la frequentazione con la Quararàra - la fattucchiera-cartomante che  operava nella stessa contrada - furono certamente decisive. Generosa com'era, forse la signora Angelina gli mise nelle mani qualche vecchio trattato di erbe e di medicina popolare, oppure lo mise a parte di qualche segreto del mestiere, fatto sta che don Paolo, ben presto, si fece un nome come miericu degli animali, con buona pace dei veterinari con tanto di laurea in cornice. Inoltre, il “fluido” di cui sentiva di essere dotato, era medicamentosa panacea per le povere bestie infettate.
"Eravamo quattro fratelli - raccontava il fratello Vincenzo (buonanima anche lui), per chiarire a modo suo l’ereditarietà del “fluido”, inteso come energia capace di trasmettere ad altri la propria volontà - e tutti e quattro, nascendo, siamo stati dotati di una specie di fluido "elettrico", che, mettendolo a contatto per mezzo delle mani con la parte malata, fa prendere la "scossa" al "veleno" e lo fa ritirare. Mio fratello Paolo - assicurava don Vincenzo - questo potere lo aveva sviluppato al massimo grado". 
Sul finire degli anni '60, u massà' Paulu - così era chiamato e conosciuto - decise di fare il salto di qualità: abbandonò gli animali per dedicarsi alle persone malate ma fiduciose nella potenza della medicina alternativa, fatta di erbe e di imposizioni delle mani. Sparsasi la voce, la contrada fu presa d'assalto. Sino ad una ventina di anni fa, infatti, percorrendo la Mare-Monti per Siracusa lungo la trazzera che conduceva al caseggiato di don Paolo, a circa quattro chilometri da Palazzolo, si poteva notare una interminabile teoria di macchine in sosta. Pazienti e congiunti, fin dalle prime luci dell’alba, bivaccavano pazientemente in zona speranzosi di essere ricevuti e visitati. E lui era capace di diagnosticare anche dando un solo colpo d'occhio al paziente, gli bastava, s’era fatto l'occhio clinico.
Quando qualche mamma in pena, gli portava la figlia affetta da ostinati mal di pancia e sensi di nausea egli scrutava con la coda dell'occhio la “malata” in ambasce, e, sornione com’era, rivolto alla madre pendente dalle sue labbra, dava il suo inappellabile responso: "Niente di grave, tra qualche mese passerà tutto... ‘a picciuttiedda è solo incinta!". E non si sbagliava mai!
Aveva grande competenza su una vasta sfera della patologia umana (ed animale, come si è detto). Imponendo le mani e la saliva (quando era necessario) e pronunciando a mezza voce la formula di rito, u Prizzaturi, ciarmava e faceva passare i colpi di sole, u scantu, l'elmintiasi, l'ucciatura, il fuoco di S. Antonio, i morsi di animali velenosi, (scorpioni, vipere), i mal di pancia veri, ecc.; e quando l'affezione era particolarmente grave, erano obbligatorie diverse sedute. Rimetteva a posto gli arti slogati, diagnosticava ernie, calcoli, prolassi, ulcere, ingrossamenti della prostata, ecc.
Aveva conoscenza di un numero pressoché illimitato di erbe officinali che lui stesso andava a cercare e a cogliere nella sua e nelle campagne vicine, vere e proprie “farmacie del Signore” come tutta la flora collinare dell’altipiano ibleo. In base alla malattia (reumatismi, micosi, emorroidi, palpitazioni, allergie, sciatiche, dolori ai testicoli, affezioni renali, debolezza nervosa, disturbi al fegato, eczemi, ecc. ecc.)  prescriveva l'erba adatta da assumere o da applicare, a seconda dei casi, sotto forma di pozioni, di decotti messi a macerare coi vapori di vino rosso, di inalazioni, di infusi e di cataplasmi e impiastri vari accompagnati dalla relativa posologia. E per trarre il massimo profitto terapeutico bisognava rispettare alla lettera modalità di preparazione, tempi e quantità delle dosi da assumere.
La clientela era vasta, eterogenea e cosmopolita. Si dice che tra i suoi clienti u massà’ Paulu annoverasse molti professionisti di grido e medici, delusi della medicina ufficiale e fiduciosi nelle miracolose virtù della fitoterapia. E così, continuando a montare il flusso delle persone, fu costretto a smettere di fare il contadino e smise pure di andare a raccogliere personalmente le erbe per mancanza di tempo. 
"Visitava" di notte, per dodici, quattordici ore ininterrotte, seduto in un angolo, quello più buio, a destra della porta: si intravedeva appena. Lo "studio" consisteva in una piccola stanza imbiancata a calce viva senza finestre, con il tetto di tavole e intanfata di fumo; poche suppellettili: un lettino, un tavolo rettangolare al centro, qualche sedia impagliata da lui stesso, una trizza di spighe col fiocco rosso, delle vecchie fotografie ingiallite e dei santini doviziosamente “ricamati” da diverse generazioni di mosche; al suo fianco un grande portaombrelli metallico sempre stracolmo di cicche: era capace di fumarsi tre, quattro pacchetti di sigarette, nelle ventiquattro ore.
La figura e lo sguardo grifagno, ambiguamente sinistro, di don Paolo, mettevano sicuramente in soggezione. E poi quella mano destra, mutilata, con le due dita lasciate al fronte, assomigliava più a una forca che a una mano, sembrava una chiave stringitubi! Era scuro di pelle, magro, alto, il naso affilato, con degli occhi neri, nerissimi, intensi, e una coppola nera; il viso allungato, olivigno, scavato da profonde rughe alle guance, era adorno di un paio di baffetti che aumentavano l'alone di mistero e di deferenza che lo circondava. Durante le sedute, infatti, diversamente dal carattere allegro e mordace che mostrava quando era in compagnia, assumeva un aspetto grave, quasi solenne; poche parole, dette lentamente, con delle pause quasi calcolate, alla fine ti spiattellava la diagnosi in faccia come una frustata, senza repliche, anche se si trattava di situazioni disperate, nel qual caso aveva l'onestà di ammettere la sua impotenza.
A poco a poco, quasi senza accorgersene, rimase avviluppato da questo ritmo di vita insostenibile e si può dire che ne fu sopraffatto lui stesso. Mangiava una volta al giorno, molta carne innanzi tutto, accompagnata da abbondanti bicchieri di vino; a volte saltava perfino quest'unico pasto per concedersi una breve licenza, per andare a caccia (era accanitissimo cacciatore), o per imboscarsi, quando a giorno ormai inoltrato, continuava ad arrivare gente.
Rare volte veniva a Palazzolo e quando lo faceva era principalmente per fare scorta di MS, da Corsino, quattro cinque stecche per volta. Beveva molto caffè e fumava molto, fumava in continuazione, senza tregua e alla fine si ritrovò "bruciato" dalle sigarette e stressato dal lavoro, un “lavoro” diventato più faticoso del maneggiare la zappa e del mungere le vacche.
La gente, per riconoscenza, anche se u massà' Paulu protestava di non pretendere alcunché (ed era sincero) gli regalava il ben di Dio: carne, vino, olio, pasta, sigarette, caffè, bottiglie di liquore. Una volta un "miracolato" rimasto sconosciuto gli fece trovare, in segno di devozione, una grande statua della Madonna Immacolata, a pochi passi dalla porta.
Un brutto giorno gli si incendiò la casa e il terreno e don Paolo prese un grosso spavento, rimase scioccato. Dopo qualche tempo incominciò a stare male e cadde gravemente ammalato. A Palazzolo, nella sua casa di via Savoia n. 20 dove si era ritirato a causa della malattia, la gente continuava a cercarlo, e lui, sebbene a letto e tormentato da atroci dolori, non si negò mai, seguitò ad essere generoso di consigli e di erbe. Poi non parlò più.
Si spense in una calda giornata estiva di una ventina di anni fa; portandosi dietro i segreti dei suoi intrugli fitoterapeutici e quell’alone di carisma e di mistero che per tanto tempo l’aveva circondato e di cui aveva goduto.

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