«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

A chiddi tiempi. I mesi “grandi”: febbraio, marzo, aprile

Prima ri Natali nè friddu nè ffami / Doppu Natali friddu e ffami

Sulla scia di dicembre, a gennaio si riusciva bene o male ad andare avanti dando fondo alle scarse provviste rimaste. Era questa la società povera, contadina, delle classi subalterne, ancora sul finire  degli anni ’40 del secolo scorso, rigidamente divisa in classi: contadini, jurnatari, braccianti, umili artigiani, industriosi, ecc.

Gli industriosi, così venivano etichettati nei verbali dei consigli comunali, erano quei poveri cristi che si industriavano a fare qualsiasi mestiere per vivere: “Dirriti: comu campi?... A la stasciuni / fazzu cumèrii ppi li picciriddi; / Ppi li sdirri facceri ri cartuni, / A primavera caggi ri cardiddi… / Veni natali, e fazzu bamminedda, / Tuppett’ a la quaresima e ccirrìa,…/ Ma chissi prufissìi nu nfannu panza, / E lu panuzzu ‘n zempri si cci accanza…” (S. A. Guastella, Vestru, nella parlata di Chiaramonte).
È Vestru (Silvestro), che si lamenta, l’archetipo dell’industrioso che muore di fame: “Vestru è lu nomu miu, vera simenza ri nanni e rritinanni affamatizzi”.
Era la società che apparteneva alla cosiddetta “cultura della povertà” teorizzata da Oscar Lewis: povero non solo perché non ricco, indigente, ma anche per mentalità, atteggiamenti, condotte e linguaggi che alla fine portano alla rassegnazione e al fatalismo.

Dopo gennaio incominciavano le vere difficoltà per la sussistenza. Famiglie numerose, scorta di provviste al lumicino, mancanza di lavoro, o mal pagato, per i capi famiglia. Si partiva all’alba per la fatica dei campi e poi “...tornano a sera gli uomini, morti di lunga strada e fame” (Uccello, 1965).
Stessa miseria, stessi inverni senza scarpe per i bambini, stessi stenti e malattie, stesse tecniche di lavoro da secoli. Freddo e fame. Fame e freddo. Le fave, il frumento, non si possono comprare per il prezzo eccessivo.
E la “cucina dei poveri”, anche quella, rimane spenta.
Pani e sputazza
Febbraio, marzo aprile, erano i mesi “grandi”, lunghi perchè non passavano mai. Si mangiava pane e coltello e a volte quando non c’era nemmeno il coltello, pane e sputazza. Pani schittu  o pane e na ciappitedda ri ficu o di pomodoro, o una cipolla o qualche oliva: A matina, pani e sputazza. A-mminzionnu, pani e cipudda. A sira, pani e  sputazza.
A tempo di mietere, a giugno, invece: “a matina pani’e-ppira, a-mminzionnu pir’e-ppani, a-mmirenna cuòtila pira, a sira pasta che favi addumati” (Uccello 1959).
L’uovo, il brodo di piccione, si somministravano quando si era ammalati, ché le uova, per chi le  aveva, erano risorsa e baratto per la dote delle figlie femmine. I figli maschi, bambini, erano costretti a diventare subito uomini. A cinque anni, a sei, erano già nei campi a badare agli animali o con altre incombenze.
A lu riccu cci mori la mugghieri, a lu poviru lu sceccu. La morte dell’asino era una vera tragedia. Il povero arrivava ad invidiare il ricco quando a questi moriva la moglie e a lui l’asino. Di moglie se ne poteva prendere un’altra, magari con un po’ di dote, ma l’asino no, bisognava comprarlo e con i soldi! L’asino era più importante della moglie!
Poi, i primi tepori, la primavera incipiente. E allora la famiglia si sguinzagliava per la campagna, in cerca di verdure selvatiche da portare a casa o anche da venderle e guadagnare qualcosa: asparagi, mafalufi, cicorie, finocchietti, sinaccioli, amareddi, pisciacani ecc.
Poi a maggio le fave novelle, i primi frutti e allora si incominciava a respirare un’aria nuova un po’ anche per via del bel tempo che dava lavoro (sempre mal pagato);  quindi arrivava giugno mese in cui incominciava il lavoro a pieno regime nelle campagne, e pure gli artigiani ne beneficiavano. E allora tra i braccianti e il calzolaio, il sarto, il  barbiere, si stabilivano accordi e promesse  di pagamento a fine raccolta, a fine agosto, quando circolava il frumento che era denaro liquido per tutti.
Giugno, luglio agosto erano i misi ruossi (mesi grossi), impegnativi. Si lavorava a pieno ritmo nella trepidante attesa del pane e del vino, per dirla con Ernesto De Martino: la mietitura, la trebbiatura, il grano nei cannizzi.
A Palazzolo, ad esempio, la festa di san Sebastiano fu trasferita al 10 agosto sì per il bel tempo ma anche perché era il periodo più redditizio per la questua nelle campagne.
Oggi si sta incredibilmente tornando ai “mesi grandi” e non già i tre o quattro di una volta, ma tutt’e dodici. Le classi sociali più deboli  non riescono ad arrivare alla fine del mese, a prescindere dalla stagione. Certo non sono le stesse condizioni di vita della fine degli anni ’40, è cambiata la cultura ed è arrivata la tecnologia che ha trasformato tutto.
Invece quella che non è cambiata, grossomodo  è la percentuale dei detentori della  ricchezza. Ancora oggi da un’infima maggioranza della popolazione dipendono le condizioni di vita di una vastissima  maggioranza. In Italia Il 10 % delle famiglie più ricche detiene oltre il 50 % della ricchezza totale.
Mesi “grandi”, misi ranni, per i poveri e per i nuovi poveri. Come sempre! 

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