«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: Don Giuvanninu Sussuni (Giovanni Rizza)


Se l'ascia ha occupato da sempre un posto di primo piano tra gli strumenti usati dall'uomo, il legno è stato certamente il principale materiale d'uso per tutti quegli oggetti di immediata utilità o strumentali impiegati nel quotidiano dalla civiltà contadina e dalle classi subalterne.

Oggi, la campagna, diventata anch'essa tecnologica, ha quasi abbandonato il legno, e allora, i mastri d'ascia, che, oltre ai carri, producevano manufatti  e attrezzi per tutti quei contadini non in grado di costruirseli da soli, si sono arresi alla ineluttabilità dei tempi e hanno chiuso bottega, oppure, si sono messi a costruire porte e finestre. Qualcuno però non se l’era sentita di abbandonare un mestiere di così biblica memoria ed era rimasto ancora fedele al vecchio lavoro anche in tempi di magra.
A Palazzolo, l'ultimo epigono di questa categoria di irriducibili artigiani, mastri r’ascia, è stato don Giuvanninu Rizza, forse meglio conosciuto come don Giuvanninu Sussuni, soprannome ereditato dal nonno assieme al mestiere.
Era un uomo schivo, umbratile, di poche parole e di pochissimi capelli; alto magro, leggermente curvo, con le mani grandi e forti di chi ha passato la vita sempre a  lavorare e con una faccia ossuta, scavata nelle guance, dall’espressione un po’ malinconica. Aveva il labbro inferiore prolassato e riusciva a parlare e a fumare senza mai togliere la sigaretta dalla bocca, al  cui interno si facevano compagnia gli ultimi tre o quattro denti in precaria stabilità. Portava inforcate un paio di lenti fortissime, da miope, che gli ingigantivano gli occhi, sempre umidi, acquosi.
Don Giuvanninu fu iniziato a tale mestiere sin da piccolo. Nella vecchia bottega di via Scalilli 49, sotto l'attenta guida del padre (don Paolo), apprese la mastrìa dell’uso e del controllo dell'ascia, importante banco di prova per potere svolgere bene questa attività lavorativa.
Iniziò l'apprendistato (come tutti in questo mestiere) preparando manici di zappe e cantèri (listelli per i tetti di tavola delle case contadine), quindi passò a sbozzare aratri e semplici manufatti per arrivare infine a modellare i raggi delle ruote di carretto e poi, a mano a mano che acquistava padronanza sull’uso dei ferri, passò alle fiancate, ai tavolati, ai portelli, alle stanghe.
 Don Giuvanninu, nella stagione adatta per il taglio, si procurava il legno per costruire i suoi manufatti andando ad abbattere personalmente gli alberi. Assieme al fratello Arturo partiva all’alba in bicicletta per boschi e cave della campagna palazzolese. Col sirruni venivano tagliate querce, lecci, noci, frassini, favaragghi, pioppi, faggi, a seconda delle zone e della necessità. Poi, sempre sul posto, con una grande serra intelaiata chiamata particulu si segavano i tronchi in tavoloni che, accatastati, venivano lasciati ed asciugare per una quindicina di giorni. Quindi, usciti a spalla, si caricavano sui muli per essere trasportati in paese. 
Nel 1967 trasferì la sua bottega in via Savoia al n. 12, quando già, fin dagli inizi del decennio era scarsa la domanda per certi manufatti, e non solo per la crisi dell’agricoltura e per la inarrestabile meccanizzazione delle campagne, ma anche per le mutate condizioni sociali ed economiche. Lui non volle arrendersi e continuò a costruire ancora gli ultimi carretti (l'ultimo lo consegnò nel 1972), e a fare il mastro d'ascia. I tempi erano già cambiati e i manufatti in legno vecchi e  nuovi, si avviavano a diventare archeologia.
Negli anni di più intensa attività, invece, questi artigiani erano capaci di costruire e di riparare un ampio ventaglio di oggetti che facevano parte del sistema di vita e di lavoro delle classi popolari: telai per la tessitura, torchi per frantoi, madie, gramole, panchette, bbuffetti, bbaulli, collari, pale e forconi per spagliare il grano, mazze per battere i cereali e il bucato, ecc.
Oramai don Giuvanninu faceva solo qualche scala, qualche riparazione, affilava, con la mola ad acqua di pietra arenaria, falci, accette e picconi, ma soprattutto faceva i manici, marrugghi, alle zappe. Nelle mattinate di sole, passando per via Savoia, disposti in fila e immobili come soldatini in solenne parata, si potevano osservare sul marciapiede di fronte alla sua bottega centinaia di bastoni di arancio amaro appoggiati al muro e messi ad asciugare.
Anche i ferri del mestiere - tantissimi - stavano in bella mostra nella rastrelliera e in fila anche loro, ma coperti di polvere e ad aspettare chissà che: martelli, asce, asciuneddi, pialletti, sgorbie, tenaglie, carpagghi, succhielli, raspe, ecc. E anche lui, don Giuvanninu, per abitudine inveterata si alzava presto, come se avesse dovuto intraprendere chissà quale intensa giornata lavorativa! Si accendeva la sigaretta, e da via Savoia, dove oltre che star di bottega stava anche di casa al n. 7, lemme lemme partiva per piazza Pretura, a meno di quattro passi dalla suddetta strada. Era quello il suo osservatorio privilegiato. Dopo una decina di minuti, staccava ed andava ad aprire il laboratorio: accendeva un'altra sigaretta, si allacciava il farali e incominciava ad annartari. 
Dopo pranzo di nuovo in piazza, con la sigaretta in bocca (o penzoloni dal labbro), a guardare, a scambiare due parole con qualche amico. Chiusa la bottega, di sera faceva un'altra puntatina nella "sua" piazza: si metteva sul  marciapiede della Pretura o in quello di Corsino, all’angolo con via Giardino Pubblico, anche d'inverno, con la mani in tasca e la sigaretta serrata tra le labbra, avanti e indietro; un freddo cane! E lui a passeggiare, solo, senza sentire il bisogno di un cappotto, con i pantaloni blu della tuta sbiaditi e un po' scorciati e un vecchio cappello che gli copriva la testa abbondantemente nuda: si contentava di poco don Giuvanninu, era riservato, schivo, tranquillo. E così se n’è andato, sereno, in punta di piedi, una decina di anni fa.


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