«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

U favaragghiu o millicuccu

La mamma quantu un castieddu, lu figghiu un cicirieddu!

Palazzolo Acreide. Appena iniziava la scuola i primi giorni di calia erano inevitabilmente riservati all'incetta dei favaragghi.
La loro maturazione coincideva esattamente con la ripresa delle lezioni: prima verdi, poi gialle, poi di colore nero-bruno, le piccole bacche edule, facevano la felicità di noi ragazzi. Per diversi motivi. Primo fra tutti la trasgressione, duplice: evasione dalla scuola e arrampicamento sugli alberi. Poi per il piacere di gustare, fino a strafogarsi, un frutto spontaneo dal gusto intensamente aromatico e poi (soprattutto) perchè, a questa goduria, seguiva lo sputacchiamento dei semi che attraverso la cannuccia di canna andavano a centrare chiunque si trovasse a portata di tiro. Con questi "proiettili" impropri si ingaggiavano delle furibonde battaglie tra ragazzi, oppure si colpiva proditoriamente la persona di passaggio, o i vetri delle finestre o si mirava alle lampadine. Un vero e proprio gioco al "massacro".
Quando dunque il colore dei favaragghi dal bruno incominciava a passare al nero, noi ragazzi entravamo in fibrillazione fino a quando si stabiliva il giorno in cui bisognava muovere all'assalto. Un compagno si metteva ai piedi dell'albero e l'altro (o gli altri), con i piedi sulla spalle del primo, si arrampicava in qualche modo sull'albero dal tronco liscio e senza appigli. A manate ci riempivamo la bocca di questo frutto e poi ci imbottivamo le tasche e la pitturina. Completato il carico di "munizioni" e armati di cannizzola, già da sopra l'albero si dava inizio alle prime schermaglie dopo avere scarnito per bene i noccioli tenuti in bocca che fungeva, in questo caso, da "polveriera".
Oggi tali "frutti" spontanei e non commerciali sono spariti dalla circolazione: ci sono, ma restano sugli alberi: i ragazzi non li conoscono e se li conoscono non li cercano, nè tantomeno li mangiano. Eppure un tempo venivano venduti nelle bancarelle dei caliari: a Palazzolo, ad esempio, il buon don Peppi Trunzu, li metteva in bella mostra sul suo bancone a ruote, all'angolo tra il Corso e la via Monastero; non solo i frutti, ma vendeva pure l'apposita cannuccia per "sparare" il nòcciolo.
Anche Pitrè, ci fa sapere della vendita di questi "frutti" occasionali a proposito della festa di fine settembre dei santi Cosimo e Damiano a Palermo, dove, sulle bancarelle degli ambulanti erano  "di rito i càccami, bagolari, divertimento matto dei monelli coi loro trummi e càccami, lunghi boccioli di canna attraverso i quali fanno passare i noccioletti del loto soffiandovi dentro con forza".

Usi del legno
Il bagolaro (Celtis australis), detto anche lodogno o spaccasassi, è un albero xerofilo rusticissimo, spontaneo, di grandi dimensioni: raggiunge i 20 m d'altezza. Ha il fusto eretto e la corteccia di colore grigio cenere. Caratteristico delle regioni mediterranee, nelle nostre zone è assai comune (in territorio di Palazzolo esiste la contrada Favaragghiu con le omonime grotte). I piccoli frutti, grandi quanto un pisello o poco più, assomigliano perfettamente agli escrementi delle capre. Un indovinello di Vann'Antò, riportato da Uccello nella sua "Civiltà del legno in Sicilia", lo presenta in questi termini: "La mamma quantu un castieddu,/lu figghiu un cicirieddu!".
Il legno, tenace ed elastico e di un colore tendente al giallo, per la sua compattezza una volta era utilizzato per la costruzione di manufatti di campagna, ma anche  per i manici delle fruste, per le racchette, per le stanghe delle carrozze, per i raggi delle ruote dei carri e per svariati altri usi.
Con il favaragghiu, in campagna, venivano costruiti soprattutto gli aratri e i collari bovini. Per evitare che il legno venisse aggredito dal tarlo si sceglieva la stagione giusta per il taglio: il mese di gennaio o di agosto e la luna in fase crescente. Con queste due regole si garantiva una maggiore durata dell'utensile. Per piegare a U il legno per il collare, ridotto ad una strisca di un cm di spessore, lo si immerge nell'acqua calda o nel siero della ricotta e dopo avergli fatto raggiungere la curvatura desiderata, si legano i due estremi con una corda e si lascia ad asciugare. Dopo si procede all'intaglio e a tutto il resto.
Sempre con questo legno, ma anche con altri, il contadino realizzava collari più piccoli per gli ovini, tridenti (trarenti, servivano per spagliare il frumento nell'aia), forcelle, bastoni (col manico ricurvo, altrimenti di mandorlo); i mastri d'ascia vi ricavavano anche il màncunu, la gramola per il lino e la canapa. La corteccia ha proprietà concianti e serviva per tingere di giallo la seta.

L'uragano e i giudici ideoti
Nel nostro altipiano, saranno sicuramente in pochi a non conoscere l'esistenza del secolare millicuccu nel cortile della scuola elementare di Buscemi: è un albero maestoso e generoso che ancora oggi sotto la sua ombra accoglie i grandi e i piccoli dall'inizio della primavera fino ad autunno inoltrato.
Un bagolaro altrettanto secolare e maestoso esisteva davanti la chiesa di San Sebastiano a Palazzolo. P. Giacinto Farina ce ne dà notizia nella sua "Selva" a proposito della tromba d'aria che il 24 ottobre del 1872 si abbattè nella nostra città: "...Fra le lagrime e singhiozzi ci siamo portati alla chiesa di S. Sebastiano e trovammo tutto il piano ingombrato di pietre: la terza parte della facciata a terra, i muri dell'orto del Monastero a terra, case a terra, il veterano albero di faggio (Uccello nel suo saggio sulla "Cronaca e Storia dell'Uraganu del 1872 a Palazzolo Acreide" fa notare l'errore grossolano del frate cappuccino il quale in italiano traduce la parola favaragghiu con faggio. La tesi di Uccello e quindi la certezza che di favaragghiu si dovesse trattare fu suffragata dalle testimonianze orali che a suo tempo (nel 1963) l'etnologo ebbe modo di registrare) a terra dopo tanti secoli!  La "Storia dell'Uragano", in versi dialettali, del suddetto P. Giacinto Farina, infatti recita così: "...Già tremanu li Chiesi,/ Si spaccanu tra nenti,/E mustra Sammastianu/Li granni so spaventi/ ...Cadiu lu favaraggiu/Ed ammazzau alcuni/Dall'autu na campana/Ristau a pinnuluni/...".
In epoca feudale, in Sicilia, le sentenze dei giudici ideoti (così detti perchè giudicavano per terra cioè a la dritta) venivano pronunciate proprio sotto la chioma di quest'albero. Ce lo fa sapere A. Italia nella sua "La Sicilia feudale": "Come i giudici di Roma che davano sentenze de robore, cioè sotto la quercia, essi sentenziavano sotto un albero. E come nell'alta Italia l'albero preferito era il tiglio e in Francia l'olmo, in Sicilia era il favaraggio, (celtis australis): vi si amministrava giustizia a la dritta e non per viam scripturarum".
Il favaragghiu, dunque, utile e tenuto in considerazione in altri tempi, oggi, cambiati i costumi, tramontata la civiltà contadina, cambiata la tecnica, le forme e la materia è un albero semisconosciuto, ma soprattutto non ha più quel fascino antico che richiamava a frotte i ragazzi, pronti a sacrificare la scuola per gustare i suoi minuti frutticini.

IL CORRIERE DEGLI IBLEI, settembre 2001

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