«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Turi Rizza: genio e sregolatezza



Per diversi decenni fu il Re incontrastato del Carnevale palazzolese
 
Alla visita di leva si presentò nudo come un verme: solo due sonaglini ai genitali infiocchettati con un elegante nastrino rosso vermiglio.
Aveva appena preso, tutto vestito di bianco e contrito, la prima comunione, che introdusse del carburo di calcio (acetilene) nel vaso da notte di una delle sue sorelle. Facile immaginare, nottetempo, la reazione del composto a contatto con la pipì ma, soprattutto, la reazione della sorella. Al matrimonio della medesima si presentò con una boccia di vetro occupata da un vispo serpente che depose con noncuranza sul canterano della stanza dove gli invitati erano in attesa della prima passata di dolci.
    Era fatto così Turi Rizza. Non gli passava mai per la testa, e non perchè fosse cinico o cattivo, quali gravi conseguenze sarebbero potute derivare dalle sue incredibili trovate. Una vita vissuta intensamente, ma alla giornata, per sua libera scelta, tra lavoro, scherzi e schiticci vari, senza progetti e senza certezze. Di sicuro una vita stravagante, scriteriata per le persone di senso comune, ma impagabile per lui che volle viverla proprio come la visse.
Di mestiere faceva il falegname, ma durante la movimentata esistenza, grazie al suo eclettismo e alla sua genialità, aveva fatto di tutto: il cuciniere, il suonatore di bombardino, il trombettiere, il venditore di polpette, il barbiere, il conciatore di pelli di serpenti, il cesellatore, l'esploratore - cavia nella savana. In Venezuela subì un incidente alla testa che gli compromise seriamente la facoltà della vista.
Il suo ricordo, nondimeno, è legato in particolare al carnevale palazzolese, di cui fu animatore impareggiabile per decenni; tuttavia, per gli scherzi non aveva bisogno di aspettare le baldorie carnescialesche: qualsiasi occasione era sempre buona per divertirsi e divertire.  
I suoi scherzi a getto continuo hanno fatto epoca e costituiscono uno stupefacente florilegio di trovate e di invenzioni di cui lui stesso si nutriva: non poteva farne a meno, erano il suo modus vivendi. E quando gli si accendeva la "lampadina" non si fermava più e non guardava in faccia nessuno, nè amici, nè parenti, nè persone di riguardo, come, ad esempio, il padre guardiano dei cappuccini. Costui, fornito di bicicletta, tutti i giorni era solito andare a degustare un "ricco" caffé al bar Corsino. A Turi, un giorno, improvvisamente gli si accese la lampada-spia e senza pensarci un attimo gli allentò di nascosto i pattini dei freni. Sorbito il caffè, il malcapitato frate inforcò di nuovo la bicicletta e via di corsa verso il convento, con la tonaca svolazzante. Al momento di frenare però, lo sventurato, per evitare di andare a finire nella cava dei mulini, non ebbe altra scelta che il primo muro a portata di mano. Un vero disastro! Il padre guardiano da quella volta si tolse il vizio di andare a prendere il caffè con la bicicletta.
Il "Barbiere di Siviglia" rimane uno degli scherzi più strabilianti di Turi Rizza. Siamo alla fine degli anni '40, una sera di Carnevale in piazza Pretura. Il Nostro, allettandolo con la lusinga che avrebbero vinto e spartito con assoluta certezza il primo premio in palio, convinse un catanese della sciara a fare la parte dell’avventore mentre lui avrebbe fatto quella del barbiere. Turi, ammantato di camice bianco e attrezzato di forbice tosa pecore, di pettine e di rasoio di compensato, nonché di pennello, lo legò ben bene alla sedia e, appena la banda di Buscemi intonò l'aria rossiniana, diede inizio  alla sua performance: saponata con acqua gesso e sapone di casa pennellata in faccia con lo scupazzu del cesso e inframmezzata da generose "benedizioni" agli spettatori, che, intanto, si  sbellicavano dalle risate; dopobarba all'acqua di seltz spruzzata direttamente dal sifone al cliente e al pubblico delirante.
Più la banda suonava e più il novello "figaro" diventava "cattivo" con delle sforbiciate assassine al povero disgraziato che cercava di sfuggire disperatamente allo scopino e alle forbici. Per ultimo, in un crescendo ormai inarrestabile, shampoo a base di ricotta fresca e talco-farina cosparso col crivello. Si racconta che Turi, in quella occasione, fu costretto a rimanere nascosto per oltre una settimana onde evitare la biblica furia omicida del tapino catanese schiumante di rabbia.
Aveva una faccia allegra, Turi, da sceicco, sempre pronta al sorriso, ammiccante ma mai rassicurante, non potevi mai prevedere che cosa gli frullasse in testa; una faccia stagnata, incapace di farsi rossa neanche a sputargliela. Portava sempre un paio di occhiali scuri, ma solo per proteggersi dalla luce e sulla boscaglia di capelli un cappello a seconda delle stagioni. Quando decise di farsi crescere la barba, bianca, tutta abbatuffolata come il pelo delle pecore, sulla testa capelluta mise un colbacco di pelo di coniglio che gli dava un’ariata a Garibaldi, come garibaldine erano le imprese di Turi, audaci e temerarie.
Di media statura, tarchiato, azzampato alla cavallerizza, aveva delle mani grandi e nocchierute e una voce arrochita dalle sigarette: fumava due, tre pacchetti al giorno. Gli piaceva la buona cucina, abbondante, saporita; beveva solo Coca Cola, a fiumi. Era capace anche di “emozionarsi” davanti ad una fetta di mortadella ripensando mentalmente cos’era stato l’insaccato prima di diventare tale; sulla sua mensa però non mancavano mai galline o galli ripieni con contorno di patate e cipolline, specie quando era ancora permesso tenere le nasse, con dentro questi deliziosi pennuti, sui marciapiedi davanti le porte delle case; né si emozionava più di tanto quando andava a barbaini che consumava seduta stante succhiandoli e sradicandoli dal vivo direttamente dalla conchiglia.
I musicanti della banda di Palazzolo, di cui anche lui faceva parte, conoscendolo, stavano sempre sul chi va là, ma Turi riusciva lo stesso a fargliela in barba: una volta strofinava le spine dei fichi d'India sulle imboccature degli strumenti a fiato; un'altra volta, mentre i colleghi dormivano, spaiava e rimischiava le scarpe annodando tra di loro le stringhe; un'altra volta, mentre si suonava, infilava la prima cosa che gli capitava dentro la bocca dei tromboni: topi, lucertole, scorpioni tarantolati e via di questo passo. A un mulunaru, che aveva impostato a piramide la sua merce sul marciapiede di via San Sebastiano, accanto alla chiesa, gli giocò un tiro assai pesante: gli sfilò una anguria dalla base che provocò il rotolamento a rotta di collo di tutta la pila per tutta la discesa, fino a piazza Pretura, con la polpa color sangue che schizzava da tutte le parti. 
   Anche lui, ovviamente, subiva degli scherzi da parte dei suoi amici, come quella volta che gli nascosero il letto. Siccome mancava la lampada nella stanza da letto, chiamata in questo modo sol perchè era tramezzata da una tenda nera di quelle che si usavano per allestire i talami dei morti nelle chiese, e oltretutto ci vedeva anche poco, era ormai abituato ad andarsi a coricare a tentoni: quando era sicuro di essere arrivato nel punto giusto, si buttava a pesce. Quella volta, come al solito, prima tastò il muro e poi fece il salto, ma mal gliene incolse. Andò a finire a terra come un sacco di patate.
Un'altra volta, al posto del latte, gli diedero da bere del colostro che lo costrinse a rimanere incollato alla tazza del water per tutta la giornata. Un'altra volta ancora (ma anche su quest'altro versante si potrebbe continuare all'infinito) alcuni ragazzi gli ammannirono un gatto per coniglio alla stimpirata (alla "cubana" diceva Lui). Quando verso la fine del lauto pasto qualcuno incominciò a miagolare con insistenza, finalmente Turi sbottò: "Ma che è, che è successo?" Al che uno dei ragazzi di rimando: "Don Turuzzu come vi è sembrato il gatto?". "Eh, figli di grandissima bbuttana!".
Vegetariano sicuramente non era, ma con gli animali aveva un rapporto particolare, quasi da ciaraulu. Con loro era  pieno di premure e di tenerezze a qualsiasi razza e genere appartenessero, dalla pecora Ninetta al serpente 'Nzulu, dal volpacchiotto Nino (dall'olezzo irresistibile) al rospo Paolo o alla bertuccia Cita. La sua casa-bottega-zoo del cala e scinni era una specie di arca di Noè: serpenti che teneva nei cestini dell'asilo, cani, gatti, topi, ricci, porcellini d'India, capretti galline e polli in lista di attesa. Aveva persino un   ramarro sgargiante che imboccava personalmente lui tutti i giorni tenendolo in mano.
 Quando nella sua officina capitava incautamente qualche ragazzo ancora non smaliziato, Turi gli diceva subito: "Attia, attia, mi prendi le sigarette in quel cestino!". Il malcapitato apriva il cestino o il cassetto indicato e si trovava tra le mani un ramarro o un rospo o uno dei serpenti.
 Era improbabile che andasse in giro senza portarsi dietro qualcuna delle sue amate creature. Un giorno assieme a Padre Zocco e allo zio Tanu, si era recato a Francofonte per una audizione della banda di quella città, da scritturare per l'imminente festa dell'Addolorata a Palazzolo. Nel momento in cui la banda sul palco della villa, gremita di persone, attaccò la marcia trionfale dell'Aida, Turi fece scivolare via ‘Nzulu, il fidato biacco che portava sempre con sé. Accadde il finimondo: un fuggi fuggi generale tra urla isteriche, svenimenti, sedie e tavoli con le gambe all'aria e intanto la banda, ignara di tutto, concludeva imperterrita il suo finale travolgente.
La pecora Ninetta, dal vello soffice e vaporoso (a lei faceva lo shampoo vero), ogni pomeriggio, come in un rito, accompagnata dal cane pastore Laica, andava a trovarlo al bar Corsino dove Turi teneva banco e faceva la solita partitina con gli amici. Laica aspettava fuori mentre Ninetta andava a prelevare il padrone. Prima di andare via però, in un modo o nell'altro, la dolce Ninetta e il suo padrone si gustavano il loro bravo cannolo di ricotta e cannella e poi Turi, molto educatamente, con il tovagliolino di carta nettava prima la sua e poi la bocca della pecora, o viceversa; quindi si rientrava a casa. Una volta, sempre Ninetta, gli fece una graditissima sorpresa: lo andò a trovare a san Paolo durante un matrimonio al quale inopinatamente era stato invitato solo il suo padrone.
 I suoi Carnevali, le sue partecipazioni, le sue esibizioni, i suoi carri sono così tanti che riesce difficile quantificarli. Basterà solo ricordare a caso alcuni titoli o didascalie dei carri o dei gruppi mascherati, per farsi tornare alla mente, come in un interminabile flash back, sequenze e scene esilaranti che hanno sollazzato per un bel po' di tempo diverse generazioni di palazzolesi e hanno contraddistinto il curricolo artistico della premiata ditta "Arte e modello Turi Rizza".
Fra le tante cannaluariate di Turi si ricordano: Giulietta e  Romeo", "Matrimonio all'Italiana di Turi Rizza e l'Americana", "La patente dai cento fogli rosa", "Il gatto-barbiere" con la scocca e il cavallino, "La gallina nostrana", "I sogni di Nixon", "La sagra del finocchio", "Scagghiuni 1", "Scagghiuni 2" "Scagghiuni 3, 4, 5..." "U puorcu ra marina 'ngrassa cca gghianna ra muntagna", "Mosè e le tavole della legge" con al seguito "La famiglia vietnamita" (o "maomettana" che dir si voglia), "Tarzan e gli animali della foresta", "Garibaldi e lo sbarco dei Mille", I.N.A.M. (Italiani Non Ammalatevi Mai), ecc. ecc.
Il ricordo di questo singolare e irripetibile personaggio non cadrà mai nell'oblio. Il suo nome rimane indissolubilmente legato al Carnevale palazzolese, ma rimane anche nella memoria di chi ha condiviso con lui tutte le stranezze di cui era capace e di chi lo ha semplicemente conosciuto ed ha assistito alle sue mille esibizioni istrionesche.

1 commento:

Anonimo ha detto...

grandioso professore blancato.
fabio pizzo