«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Usanze e riti pasquali nella provincia di Siracusa


"Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris": il suono a mortorio della campana di mezzanotte del martedi grasso preannunciava il mercoledì delle Ceneri. Iniziava la Quaresima, un lungo periodo denso di astinenze, di pratiche religiose e di digiuni che durava  fino al tramonto del Giovedì Santo prima della messa "In Coena Domini".
 Dal quotidiano venivano banditi tutti quei comportamenti non consoni a questo lunga fase penitenziale. Si evitavano nivinagghi, facèzie e mottetti  che erano stati i piatti forti di Carnevale, e che fora tiempu avrebbero costituito offesa a Dio. Ogni venerdì ci si recava in chiesa per la visaria (via Crucis) e le prediche quaresimali.
L'astinenza dalla carne era osservata soprattutto dalle classi meno abbienti (e non sempre per pia devozione), e ai "cattolici ricchi" poco importavano le diocesane vescovili, come la seguente, emanata del vescovo di Siracusa nel 1798: "Nessun macelliere nella quaresima poter vendere carne se non a quei soli infermi che presenteranno il biglietto firmato dal vicario...". Loro (i ricchi) beccavano sempre un medico "sciocco" (compiacente) che prescriveva diagnosi e terapia ad hoc, come argutamente evidenziò Domenico Tempio: "Tutti li malipasqui/ e li malanni/firrii di testa e canchiri propositu/Cci afferranu 'n Quaresima./... E lu medicu scioccu, ca li cridi,...
Dal 1966 la chiesa ha attenuato la sua rigidità, per cui l'astinenza dalle carni è obbligatoria solamente durante i venerdì di Quaresima, mentre il digiuno si deve osservare il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. Un tempo, invece, si incominciava a digiunare dalle Ceneri e si continuava per tutti i venerdì di Quaresima: cu nun riunìa o venniri i marzu, ci cari u urazzu e chi non lo fa o venniri d'aprili, ci cari u panzili. A supporto di questi sibillini avvertimenti a Palazzolo vi era anche "l'uso di fare appaurire i ragazzi cogli spiriti infernali che dicono varcacanni, e ciò onde farli digiunare nei venerdì di marzo". Il digiuno oltre che ai bambini era esteso anche a cani e gatti; questi ultimi venivano legati onde evitare che andassero a caccia di cibo.
Nella domenica a "Laetare", la IV di Quaresima, vi era uso assai lodevole di far trovare alla mattina nelle chiese quantità di alloro, di foglie di arancio, rosmarino ecc. e  nella stessa domenica ad Augusta, compariva nelle strade un personaggio popolare simboleggiante al tempo stesso la morte e la vita, chiamato "a Serramonica". Di aspetto spettrale, girava avvolta in una veste bianca reggendo nella mano sinistra un paniere che via via riempiva di uova. L'ultima "Serramonica" apparsa per le vie di Augusta, verso la fine degli anni cinquanta, fu a zza Cuncetta.
A Canicattini nei cinque sabati di Quaresima c'era l'usanza di portare in processione la statua della Madonna preceduta da una luminaria di "ciaccari" (torce di ampelodesmo, liama) e accompagnata dalla banda. Ogni sabato era rigorosamente riservato ad una categoria di devoti: le donne, i cavallacci, i massari, gli schetti, i mastri.
Il periodo pasquale era tempo di grandi pulizie, non solo per l'anima ma anche per le case. Quelle più modeste, a motivo dei focolari a fumu persu e dei fucuneddi che annerivano  pareti e tetti, ogni anno venivano imbiancate con calce. Dal martedì di Pasqua iniziava la benedizione porta a porta .

Pietanze, pani e dolci rituali
Le feste religiose sono caratterizzate anche da cibi e dolci che assumono significati e valenze tali da identificarsi con le feste stesse.
Per Pasqua c'è la tradizione di mangiare l'agnello, (o il capretto) che ci ricorda il pranzo pasquale degli Ebrei e nel contempo simboleggia la figura di Cristo immolatosi per la salvezza degli uomini; il più delle volte l'agnello veniva surrogato con u iaddu cinu e brodo con pastina  di casa (lasagnuli, alichedda) rallegrato da sporadiche "palline". L'agnello in carne e ossa al forno o dentro le impanate, viene affiancato da quello in pasta reale e zucchero (agnidduzzu, piecuru), modellato in stampi di gesso e sormontato dall'orifiamma rosso simboleggiante la  Risurrezione. Altre pietanze pasquali sono i ravioli di ricotta al sugo, i cassateddi c'amaru ('nfigghiulati) ripieni di ricotta, prezzemolo e pepe nero, u pisciruovu d'asparagi.
Durante tutta la Settimana Santa il forno diventava il protagonista assoluto. Nelle campagne, anzi, un tempo ardeva per due settimane: la prima per il padrone e l'altra, ovviamente, per il contadino; le cucine erano abbacinate dal fiammeggiare del fuoco e dal bianco virgineo della farina.
U pupu cu l'ova è il pane rituale più diffuso nella ricorrenza pasquale. L'usanza di mangiare o di regalare le uova a Pasqua (oggi soprattutto di cioccolata), simbolo di  rigenerazione e di fecondità, deriva dal fatto che questo alimento nei tempi passati era rigorosamente proibito per tutta la Quaresima, quindi tutte le uova non consumate nel suddetto periodo venivano benedette il Sabato Santo e mangiate fino al giorno dopo la Pasqua.
 Molte le tipologie di questo pane figurato che ancora oggi viene preparato in casa e che prende nomi diversi a seconda delle forme e delle denominazioni locali: panarieddu, panarinu, uggiacca, borsa, cuffitiedda, urzitedda, puorcuspinu, cavadduzzu, cavaddittu, iadduzzu, cannilieri, pupidda, puddicinu cu l'ova, cicilìu, aceddu cu l'ova, cuddura, ecc.
Anche i dolci pasquali sono tanti: i biscotti mazziati o 'ncilippati, i biscotti scaniati o scaurati o affucaparrini (strangolapreti) profumati al ciminauru (cumìno), i viscotta al latte o ricci o polantini aromatizzati al limone, i palummeddi (dolce simbolo) di pastaforte o 'ncanniddati forti di zucchero e cannella, i ciascuna farciti con noci mandorle e buccia d'arancia, i cassateddi c'aruci (ripieni di ricotta zuccherata e abbondantemente incannellata) o cassateddi ri Pasqua (si offrono con  generosità sino a 107m quando finiscono, poi... "cu n'appi n'appi re cassateddi ri Pasqua") o lumeri, i cuori di marzapane decoratissimi e dono classico tra fidanzati, la cassata.
  
La domenica delle palme
Con la Domenica delle Palme inizia la Settimana Santa, a simana o niuru, così chiamata per i velari che dalla V di Quaresima coprivano (coprono) finestre e immagini sacre.
I fedeli recano in processione palme e rami di ulivo. Il rito rievoca l'ingresso di Gesù in Gerusalemme: la palma rappresenta coloro che hanno riportato la vittoria spirituale morendo per la fede, e l'ulivo simboleggia il Cristo, l'axis mundi che collega cielo e terra.
Nella cultura popolare questi due simboli assumono anche una valenza magico-propiziatoria e a tale scopo, dopo benedetti vengono sistemati a capizzu, negli ambienti di lavoro, negli ovili, nelle stalle; i nostri contadini li introducevano pure nei campi coltivati e seminati a grano, perpetuando così, in chiave cristiana, i riti  pagani delle antiche civiltà cerealicole. Per l'intreccio, i parmari  usano la curina della palma da datteri fimminina messa ad imbiancare al buio per qualche giorno, quindi con grande maestrìa confezionano panarieddi, trizzi, cruci, cori, ecc.
Dal Lunedì Santo iniziava il digiuno stretto, u trapassu, giornaliero o a giorni alterni sino al sabato e non si dovevano mangiare finocchi: chi lo faceva si riempiva la casa di cimici e di pulci; inoltre per evitare disgrazie nei primi cinque giorni non andava toccato il pipistrello, inviato del diavolo, che, nei medesimi giorni, diventava padrone del mondo.
  
Giovedi santo
Il mercoledì e il giovedì pomeriggio e il venerdì mattina (sino alla fine degli anni '50, circa) aveva luogo l'ufficio delle tenebre, i trèpini o "trimuliu ri li cannili". Durante la messa, a finestre oscurate, il sacerdote spegneva ad una ad una le tredici candele di un candelabro posto sull'altare, fino a quando rimaneva accesa soltanto l'ultima che stava a rappresentare la vera luce di Cristo. Le pie donne salmodiavano sommessamente: "A la sira ri li trepini, oh chi scuru ca facìa, affacciativi bbona gghenti e 'mparatini la via". Nello stesso momento venivano azionati i trocculi e sbattuti banchi e sedie a significare il cataclisma avvenuto dopo il compimento del sacrificio di Cristo.
Con la messa vespertina "In Coena Domini" inizia il Triduo pasquale. Dopo il Gloria e la lavanda dei piedi, si legano le campane e si spogliano gli altari: un sentimento di stupore e di mestizia si diffonde nell'aria. Al posto delle campane, che un tempo si legavano veramente, si suona a truoccula, lo strumento in legno dal suono stridulo e profano. Segue il rito della reposizione del SS. Cristo nel "Sepolcro". Il nostro contadino in questo giorno "scampanava" la mucche in segno di lutto e lasciava il lavoro dei campi per andare a confessarsi e a visitare i "Sepolcri". Portava un mazzetto di spighe verdi che offriva come primizia al Cristo per garantirsi abbondanza di messi.
"U sapurcru", viene adornato con luci, candele, tappeti, fiori, bbalucu (violacciocca) e soprattutto con vasetti di lauri, cioè semi di grano e lenticchie messi a germogliare  per tre settimane sul cotone bagnato e al buio (per imbiancarsi). E' un rito questo, che richiama i precristiani "giardini di Adone" in onore del dio-giovanetto amato da Venere. I sepolcri si visitano sempre in numero dispari e in questo giorno, secondo la tradizione, era consentito di uscire anche alle persone che erano in lutto stretto. Ancora oggi questi altari della reposizione vengono visitati (da qualche devota anche a piedi scalzi per promissione) e vegliati fino a notte tarda.
U trapassu ranni era il digiuno totale che andava dal Giovedì Santo sino allo sciogliere delle campane. I penitenti più irriducibili tentavano di mettere in crisi la loro resistenza mettendosi davanti ad un succulento piatto di maccheroni con stufato di maiale sopra e senza minimamente assaggiare alcunchè bisbigliavano: "Mangia corpu miu, si t'abbasta l'arma".
Scomparsa pure l'usanza penitenziale della lingua a strasciniuni diffusa in vari centri e la secolare processione dei flagellanti dell'Ecce Homo a Ispica: i congregati a carni scoperte si battevanono il petto e le spalle con catene a punte e con frantumi di vetro.

Riti e processioni del venerdì santo
Fino a mezzogiorno continua la visita ai "Sepolcri". Le nonne, messe da parte le uova di gallina deposte in questo giorno (chè sono sacre e si conservano per tutto l'anno) preparavano i pupi cu l'ova per i nipotini, e legandosi i capelli ripetevano: "Biniritta chidda trizza ca lu venniri s'antrizza,/biniritta chidda pasta ca lu venniri s'ampasta". In questo giorno l'astinenza e il digiuno erano imposti a grandi e piccoli e si riteneva che digiunassero anche gli uccelli.
Ma il venerdì è il giorno solenne della liturgia della Passione e delle suggestive processioni e rappresentazioni sacre che fanno rivivere il mistero della morte e della risurrezione di Gesù. A scisa a cruci (scinnenza, scinnuta, i setti paroli) e i riti che ne seguono si svolgono con modalità e costumi a volte assai diversi da un centro all'altro pur sempre nel rispetto dei canoni che la chiesa impone.
Ad Augusta ad incominciare già dalla mezzanotte del Venerdì Santo si sente per le strade il suono di una tromba e il rullare di un tamburo in memoria del canto del gallo e del rimorso di Pietro che rinnegò il Cristo. Subito dopo, all'alba, il simulacro del Cristo morto, portato dai confrati di San Giuseppe vestiti da babbalucchi, va in  "visita" di adorazione ai Sepolcri accolto dalle troccule davanti le chiese. Al tramonto, dopo la scisa a cruci, i babbalucchi depongono il Cristo morto nel monumento di vetro; a questo punto iniziano due processioni: quella del Cristo morto e quella della Madonna della confraternita dell'Immacolata. L' "incontro" avviene in via Xifonia, qui la processione si congiunge e prosegue.
 A Carlentini, al tramonto, otto uomini biancovestiti depongono il Cristo morto dentro l'urna e subito si snoda la processione con l'Addolorata velata a lutto. Molto partecipate e scenograficamente spettacolari le Vie Crucis viventi in costumi d'epoca messe in scena in questo centro e a Melilli.
Assai suggestivo è il rito del Nummu ru Gesu a Sortino, un rito che ha una tradizione trecentesca: la statua del Cristo alla colonna che viene portata in processione fu ritrovata intatta fra le macerie della chiesetta di S. Maria del Casale, il 22 marzo del 1698, cinque anni dopo il disastroso terremoto che distrusse il Val di Noto. La processione si avvia alle ore 4 del mattino, subito dopo lo sparo ro  mascuni, dal sagrato della chiesa di S. Sofia con il Cristo portato a spalla da portatori in rosso e attraversa tutto il paese con al seguito una moltitudine di fedeli e la banda che suona a mortorio. Ad ogni crocevia il mesto corteo è rischiarato dalle tradizionali "farate" (il fuoco ci riporta agli arcaici riti pagani di purificazione). Arrivato alla matrice il Cristo improvvisamente si mette a correre "sdegnato per il comportamento dei sacerdoti del Sinedrio". La sera, dopo "a scisa a cruci", la processione canonica dell'Addolorata che segue il Sepolcro.
 Il venerdi santo a Canicattini è il giorno ro Santissimu Cristu. Verso il tramonto la statua dell'Ecce Homo portata a spalla e preceduta dallo stendardo nero, si avvia in processione accompagnata dai nuri, dalle virgineddi e da tantissimi fedeli. I nuri sono penitenti che camminano scalzi e vestono di bianco con una mantellina rossa giallocrociata. Sulla testa, coperta da un fazzoletto annodato dietro, portano u circu, una corona composta da tre virgulti intrecciati. In mano tengono un'esile canna alla cui estremità è infilato un santino dell'Ecce Homo con un fiocco rosso.
Durante la processione i nuri intonano u lamientu, l'antico canto popolare di matrice epicedica conosciuto come "U venniri ri marzu", che con le debite varianti locali ricorre in tutta la Sicilia. A questo si alterna u cantu re virgineddi che invocano il Cristo per propiziare il raccolto: "O Santissimu Cristu//Li campagni na t'bbiniriciri;/La bon'annata na t'amannari/O patri di tuttu lu munnu!". (In un anno di terribile siccità i Canicattinesi, esasperati, portarono il simulacro dell'Ecce Homo in cima alla collina che oggi si chiama a vera cruci e mostrandogli i manipoli di grano arso, e piangendo, gli gridavano: Nun miriti!... è addumatu!... mannatini l'acqua!). Il corteo in via Garibaldi sosta per devozione davanti al palazzo di Pinieddu, dove al cospetto di una piccola statua del Cristo vengono ricordati (e si "incontrano" idealmente) gli emigrati canicattinesi.
Una rappresentazione del tutto particolare è la "Casazza", una sorta di processione sceneggiata sulla vita del Cristo che si svolge in mezzo al popolo e che non di rado vede agire gli spettatori. Il nome Casazza o Casacza deriverebbe dalla parola casacca che stava ad indicare l'indumento dei frati delle congregazioni impegnati a fare da attori nella rappresentazione. Ad Avola, questa sacra rappresentazione che vanta radici plurisecolari, già ripristinata a metà degli anni '80 veniva rappresentata la Domenica delle Palme in piazza Umberto I. Da qualche anno non si rappresenta più. Toccante è il rito della scinnenza o delle "sette parole", sempre ad Avola, che si svolge con il Cristo dentro il monumentu (bara) e la Madonna dietro accompagnati dai cinque gruppi statuari che rappresentano i Misteri dolorosi.
A Noto, all'imbrunire, inizia la solenne processione della Santa Spina, la reliquia di ferro della corona di spine posta sul capo di Cristo conservata in una teca d'oro e portata dalla Palestina nel 1225.
A Ferla due processioni: la prima con la Madonna e Gesù alla colonna; la seconda, dopo a scisa a cruci, con Gesù nel cataletto e l'Addolorata a lutto con la banda a mortorio. 
   
Sabato santo
E' il giorno dell'afflizione e del dolore, la Chiesa medita e piange in silenzio il Cristo morto. A mezzogiorno c'era la benedizione del "nuovo fuoco" (lumen Christi) e la consacrazione del Cero. Al Gloria (a loria) "sparavano" le campane, a distesa, gioiose, e venivano fatti cadere i  velari, "a caruta a tila" , e il Cristo risorto si mostrava ai fedeli (ad Augusta fino al 1928 la tela "caduta" veniva portata fuori e toccata e baciata come reliquia dai fedeli). E' questa la liturgia culminante della Pasqua; ai nostri giorni si celebra  nella Veglia serale del sabato.
I lattanti e i bambini dovunque si trovassero venivano sollevati in aria a più riprese al grido di crisciloria 'n pararisu o crisciranni o crisci crisci: era l'augurio di poter crescere sani e forti. Alcuni genitori facevano rotolare i loro figli a terra su una frazzata per preservarli dal mal di pancia. Le strade si riempivano di gente che si scambiava la Buona Pasqua.
 Nello stesso tempo le donne rimaste in casa spalancavano porte e finestre e con una sequela di riti si davano da fare per cacciare via di casa gli spiriti maligni (i malifrusculi) che l'avevano invasa dopo la morte del Cristo.  
A Canicattini assieme alle chincaglie inservibili e ad altri rottami le massaie buttavano fuori un secchio d'acqua salata e ripetevano: "Acqua e sali a li maiari/chiddu ca riciùnu 'npozza iuvari" e, messo sopra il letto il setaccio e il mattarello, con un puntiddu di oleastro battevano le suppellettili e l'uscio di casa. Anche a Rosolini e altrove con un bastone o con dei sarmenti si batteva il letto, i mobili e tutti i possibili nascondigli.
In altri centri, ancora, i malifrusculi della Settimana Santa si esorcizzavano accostando un braciere acceso a tutti gli angoli della casa e pronunciando la seguente formula scongiuratoria: "Nèsci fora cosa fitenti, ora c'ha risuscitatu Cristu onipotenti", oppure "Nésci riavulu e trasi Gesù, nni la me casa nun ci veniri cciù!".
Se poi, malgrado l'astinenza dal mangiare finocchi di cui sopra, i piccoli insetti parassiti bivaccavano in casa, la brava massaia proprio in questo sabato ripeteva il seguente scongiuro:"Sabutu Santu vinni:/pulici e cimici itivinni" e Afanitteri e compagnia toglievano le tende.
Questo era anche il giorno in cui tra padrini e figliocci c'era l'usanza di scambiarsi dolci e doni di varia natura. I contadini incampanavano di nuovo buoi e capre; gli addivati (i garzoni) usufruivano della vicenna ra fistilitati (licenza festiva); i gabelloti recavano al padrone le regalìe, carnagghi, stabilite nei contratti: capretti, polli, formaggio, ricotte, uova, ecc.
A Ferla dal tardo pomeriggio di sabato è tutto un susseguirsi di riti e processioni che durano fino alla sera di Pasqua. Alle ore 20 circa esce la Madonna  in nero con banda e fedeli alla ricerca di Gesù. Più tardi rischiarato dalla luce delle ciaccare e accompagnato di corsa dai fedeli e dalla banda esce Gesù risorto che va a "nascondersi" nella chiesa dei Cappuccini. Le campane intanto, ormai sciolte suonano gioiose per tutta la notte e la gente si chiede: "cu sa' unn'è, mortu è; cu sa' unn'è..." .

Pasqua
E' il trionfo di Cristo ed è il giorno più solenne, consacrato alla  riappacificazione: mentre i bambini assieme ai genitori andavano in giro con i panareddi cu l'ova, per le strade parenti ed amici si incontravano e con una stretta di mano e un abbraccio mettevano da parte eventuali dissapori o incomprensioni.
E' questo il giorno in cui si rappresenta, in modo più o meno teatralizzato, l'incontro della Madonna con il Figlio risorto. Ancora a Ferla, a notte fonda, dopo la messa esce di nuovo la Madonna per una seconda cerca del Figlio, ma invano, e appena la bacia il primo raggio di sole rientra. A mezzogiorno finalmente avviene u scontru: la Madonna da una parte, Gesù dall'altra si incontrano e vanno assieme tra l'esultanza della folla. La sera i due simulacri vengono di nuovo processionati e questa volta su un unico carro. 
A Melilli, la Madonna ammantata di nero, viene portata a spalla dalla chiesa Madre fino ad un angolo nascosto della piazza principale; il Cristo risorto parte dalla basilica di S. Sebastiano e si nasconde nell'angolo opposto della stessa piazza. Ad un segnale convenuto Gesù e la Madonna svoltano l'angolo e si scorgono. La Madonna getta a terra il manto nero e correndo va incontro al figlio risorto che corre anche Lui per abbracciare la Madre. A questo punto iniziano li 'ncrinati di Santu Cristu, un rapido alzarsi e abbassarsi dei simulacri in segno di gioia e di letizia per l'avvenuta risurrezione.
A Canicattini questo incontro si chiama "A paci-paci". La Madonna è portata a spalle dalle ragazze, il simulacro di Gesù risorto è portato dai giovani. Il primo incontro avviene davanti la chiesa del "Santuzzu" dove la Madonna lascia il velo nero per indossare quello azzurro; poi Madre e Figlio si incontrano altre due volte: davanti la chiesa delle Anime del Purgatorio e, a conclusione, davanti la Matrice.
Ad Avola i simulacri della Madonna e del Cristo si trovano a mezzogiorno in punto, 'a paci, e nel momento in cui la Madre perde il velo nero due candide colombe spiccano il volo da sotto il mantello. La Madonna, quindi, si avvicina al Figlio e dopo averGli baciato il costato, dà per tre volte la benedizione ai fedeli presenti e si allontana. In questo giorno, in segno di festa, si usava ornare il piano di S. Antonio con delle travi rivestite di rami d'arancio carichi di frutti. Altra usanza, di reminiscenza biblica e connessa  alla simbologia pasquale, sempre ad Avola e sempre la domenica di Pasqua, era la "cursa di lu crastu", un gioco assai cruento consistente nel tagliare, correndo, il capo di un montone sospeso ad una fune per le quattro zampe.

I Siracusani, bimestrale di arte storia tradizioni, marzo-aprile 1999, n.18
  

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